Girotondo, giro attorno al mondo

A inaugurare la serie degli “invisibili del cinema italiano” è il film cult di Davide Manuli dimenticato dalla critica e riscoperto da Filmaker’s
di Veronica Flora
aldoflor@tin.it
Girotondo, giro intorno al mondo, film del 1999 di Davide Manuli, allegato al numero di gennaio 2008 di FILMAKER’s magazine, è una favola. Lo chiede, senza alcun velo di ironia o senso del paradosso la protagonista, l’evanescente Serena (Sarah Boberg), al candido, ostinato Angelo (Luciano Curreli) nel momento del loro sfinito, ancestrale, rinascente trovarsi, per un attimo o per sempre, nel mondo o dentro la terra, questo non importa. È la fine o l’inizio della vita. Di una vita bestia, fatta prima dello slancio della giovinezza, strafatta e basta poi, quando la giovinezza comincia a sparire.
L’opera di questo regista milanese, classe ’67, che ha collaborato con Al Pacino, Milos Forman, Mike Newell, Abel Ferrara, ha conosciuto la canonica parabola assurda del «cinema italiano di qualità che nessuno vede»: finalista al Premio Solinas nel ’95, girato nel ’98, è comparso brevemente nel ’99 grazie alla Pablo di Gianluca Arcopinto. Poi, il nulla.
Il film prende quota gradualmente. Dopo un inizio che sembra in sintonia con il rallentato, afasico universo dei tre allegri amici tossici, si incammina al seguito di Angelo, dopo la morte dell’amico, nel suo viaggio nel paese delle meraviglie. Tutte le tappe del percorso iniziatico, della favola mitica, sono diligentemente rispettate. Il ritorno alle origini, a una nascita immediatamente deviata. La discesa agli inferi (ovvero la vita) e l’incontro con la diversità, con la varietà del mondo, dove follia e miseria attraversano trasversalmente fasce sociali, orizzonti di vita apparentemente diversi. Il ritorno dei fantasmi del passato. Infine, l’incontro-dénouement con la donna che salva senza salvare con la sua umana, perfetta fragilità.
Nessun personaggio si lascia incasellare in un tipologia (né in una lingua) possibile: tossico, poliziotto, prostituta, borghese frustrato, barista, madre, poeta si dibattono come pesci in un acquario per essere solo ed esclusivamente se stessi. (Quasi) nessuna scena si lascia incasellare, seguendo il flusso del pensiero umano.
Molteplici sono i riferimenti cinematografici: dal sogno di Pasolini a quello di Fellini, da Zavattini a Godard, a Buñuel, al coevo Trainspotting di Boyle. Altrettanti e diffusi in temperie, quelli letterari, poetici, filosofici.
Ma l’omaggio più esplicito è forse quello che riluce dal bianco e nero al tendone da circo, dal nomen-omen di Angelo al “pensato-parlato” con cui comunicano alcuni personaggi tra loro e con l’universo, e riconduce dritto al cuore de Il cielo sopra Berlino di Wenders.
Nel dvd allegato, anche il corto Bombay: Arthur road prison (1998), dedicato all’amico Gianluca, condannato in India a undici anni di prigione per traffico di droga. Manuli rinchiude in una macchina Titti, compagna dell’amico, insieme alla voce, disturbatissima e disperata al telefono. Il mondo fuori non esiste se non in una versione virata e intoccabile come intoccabile è la donna impassibile, dentro. Ed è solo l’ennesima estraniazione da pera. Senza nessuna via d’uscita.






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