The Hole
Riprendendo i topoi di genere degli anni 80, Joe Dante esplora le potenzialità del 3D in una favola horror per famiglie e nostalgici
di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it
Dal buco di Becker a quello di Tsai Ming-Liang fino al teen-horror di Nick Hamm… Quanti film con questo titolo conoscete? L’ultimo della seria è il The Hole in 3D di Joe Dante (anche lui come Cameron, derivato/residuato della mitica macchina cormaniana), che proprio per il titolo un po’ abusato, e per la trama sempreverde ricca di elementi già abbondantemente esplorati, ha un che di paradossalmente rassicurante.
Protagonisti i fratelli Dane e Lucas, appena trasferitisi da Brooklyn in una cittadina di provincia. Insieme alla vicina Julie, i due trovano una voragine senza fondo nel seminterrato della loro nuova casa. Una volta scoperta, la voragine libererà le forze del male che daranno vita agli incubi peggiori dei tre ragazzi, costretti ad affrontare le loro più terribili paure per poter mettere fine al mistero.
È come minimo lodevole (ma in realtà ci sembra che un commento di questo tenore sorga spontaneo solo da questa parte dell’oceano) l’esplorazione delle possibilità dell’evolversi delle tecnologie da parte di certi attempati cineasti, che lo fanno con competenza e amore per il proprio lavoro, invece di berciare sgangherate e banali invettive contro l’invasione degli alieni come fanno tanti giovani (e non più giovani) guitti di casa nostra. E il 3D di Dante non delude e diverte restando assolutamente funzionale e godibile senza mai diventare l’unica ragion d’essere di questo horror per famiglie e nostalgici. Una storia assolutamente anni 80 con tanto di cammeo (come in tutti i film di Dante) del caratterista Dick Miller: trasloco, adolescenti inquieti che trovano la cittadina quasi morta (Dane scrive un classicissimo sms agli amici lontani – «This place sucks»), minacciosi pupazzi clown, la vicina carina, un buco in cantina che materializza le proprie paure… Nostalgico, ma tutto sommato onesto e soprattutto “professionale” (non “artigianale”, attenzione), il film resta giustamente in superficie (ciò che sappiamo dei personaggi ci viene detto, raccontato con parole), e dona sorrisi di simpatia con certe sfacciataggini che nelle sceneggiature di genere non ci sono più.

