Sex & The City 2
Le fab four tornano sul grande schermo per regalare ai fan due e ore e mezzo di lusso sfrenato, umorismo politicamente scorretto e nuovi patemi sentimentali
di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com
A due anni di distanza dal primo debutto cinematografico, le fab four della fortunatissima serie statunitense creata da Darren Star, dall’omonimo romanzo di Candace Bushnell, tornano sul grande schermo dirette da Michael Patrick King.
La durata del sequel è da brivido (di piacere o di dolore, allo spettatore l’ardua sentenza): ben 2 ore e 26 minuti di fashion, lusso sfrenato e patemi sentimentali in quella che ormai è diventata una vera e propria saga targata New York City.
A quali avventure andranno incontro questa volta le nostre eroine? Dopo il fatidico “sì” con il fascinoso Mr. Big (Chris Noth), Carrie (Sarah Jessica Parker) dovrà fare i conti con un menage familiare in cui l’accoppiata divano&TV rischia di avere la meglio sulle “scintille” della sua vita da single. L’impeccabile Charlotte (Kristin Dais), ormai mamma a tempo pieno, dovrà invece tenere a bada la gelosia per la procace ma insostituibile tata (Alice Eve). Miranda (Cynthia Nixon) dovrà districarsi tra le difficoltà di un mondo del lavoro brutale e maschilista, mentre l’insaziabile Samantha (Kim Cattrall), alle prese con le insidie della menopausa, dovrà placare i suoi bollenti spiriti nella morigeratissima e futuristica Abu Dhabi, dove le quattro trascorreranno una vacanza da sogno all’insegna del lusso e delle tentazioni.
Tra lustrini e paillettes, grattacieli e dune, battute brillanti e momenti di fiacca, il film è esattamente ciò che ci si aspetta. Ma quello che per qualunque altra opera sarebbe un punto a sfavore, ovvero la prevedibilità, per Sex and The City 2 è un trionfo assicurato. Perché l’epopea di Carrie & co. ha un suo pubblico di fedelissimi (ebbene sì, non solo donne) che segue le avventure delle quattro inguaribili fashion-addicted con lo stesso spirito critico di un romanista ai match dei giallorossi. Ma questa volta le “maggiche” sorprendono per un motivo forse più culturale che cinematografico. Nell’epoca del crack dell’alta finanza, della crisi globale e della disoccupazione dilagante, assistere, per ben due ore e mezza, a un’ostentazione continua di sfarzo e glamour ai limiti del kitsch, più che far sognare, come minimo fa star poco comodi sulla sedia. E come se ciò non bastasse, in barba al politically correct, il film celebra sfacciatamente the American way of life in una rappresentazione piuttosto critica del “nuovo” mondo arabo (indimenticabile la scena in cui Samantha, circondata da una masnada di arabi infuriati, urla alla folla: «sì, io faccio sesso!», rischiando il linciaggio). Più che un anatema contro il diverso, o una sfacciata rimozione della realtà quotidiana, Sex and The City 2 è in realtà un amarcord dal sapore decadente, la rievocazione tutta Occidentale di una âge d’or inevitabilmente trascorsa, la celebrazione nostalgica della certezza del lieto fine. Perché, in fondo, alle fab four tutto è concesso. Almeno per due ore e mezza.






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