La regina dei castelli di carta

La regina dei castelli di carta Arriva in sala il terzo capitolo della trilogia Millennium di Stig Larsson diretto da Daniel Alfredson: un thriller glaciale che non sfrutta appieno le potenzialità del libro

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.it

In questo terzo capitolo della trilogia Millennium di Stig Larsson tanti nodi vengono al pettine, nodi che si sono creati nella prima e, soprattutto nella seconda parte (Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava col fuoco). Una capitolo conclusivo, diretto da Daniel Alfredson, in cui si chiariscono i motivi che spingono la protagonista, Lisbeth Salander, ai suoi eccessi e alle sue espressioni sempre cupe. È un film da cui ci si aspetta molto, ma da cui molto non arriva. Eppure le premesse ci sono. Tanto per iniziare è tratto da un best seller, inserito in una trilogia che ha fatto il record di vendite in molte parti del mondo. I primi due lungometraggi della serie, sono di buona fattura e per alcuni tratti riescono a tenere ben saldo lo spettatore, anche se poi si perdono in bicchieri d’acqua pieni fino all’orlo.

In questo inizio della fine, Lisbeth Salander si trova di nuovo in un letto d’ospedale, dopo essere stata sepolta viva. Ormai è una minaccia troppo grande. Se solo decidesse di parlare, potrebbe dire cose capaci di far crollare potenti organismi segreti, come castelli di carta. Deve sparire per sempre! Ma Mikael Blomkvist, il direttore di Millennium, non ha alcuna intenzione di stare a guardare e decide di andare a fondo sul terribile passato della sua Lisbeth. In questa ricerca di giustizia e verità incontrerà alleati davvero inaspettati, che lo aiuteranno nella difficile impresa di pubblicare sulla sua rivista uno degli scoop del secolo, e non solo.

Anche in questo terzo capitolo gioca un ruolo preponderante lo stile scandinavo. Scene e dialoghi sono lontani anni luce da quelli a cui il cinema più occidentale ci ha abituati. È tutto molto più calmo, molto meno emozionante. Decisamente freddo. Si ha difficoltà a scorgere espressioni nei volti degli attori, quasi come se il regista abbia imposto in modo categorico: “niente espressioni sul set!”. Sullo sfondo c’è sempre Stoccolma, città fredda, ma piena di persone dal cuore caldo, con un senso di giustizia e di legalità innati, e questo è decisamente un punto a favore, sia per il film, sia per il libro, sia per la Svezia.

Film appena sufficiente, potenza d’impatto assente. A differenza del filo conduttore, che invece è eccellente, ma il merito è tutto del libro.

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