Armadillo

Armadillo Vincitore delle Semaine de La Critique, il documentario di Janus Metz “esplode” sulla Croisette come una granata impazzita. Quando il cinema sconfina dal territorio della fiction

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Armadillo è il nome di una delle basi del contingente danese in Afghanistan. Ed è qui che il regista Janus Metz, già apprezzato documentarista per Ticket to Paradise e Love on Delivery,  ha trascorso sei mesi nell’accampamento. Prima della partenza ha dovuto mettere nero su bianco le sue volontà in caso di morte. Insomma, non una passeggiata. Il suo proposito era quello di “esplorare la guerra in una scala microscopica, quella che riguarda le relazioni  umane tra i soldati”. Una volta arrivato, ha vissuto palmo a palmo con la loro quotidianità, filmandoli mentre giocano nelle tende, mentre si preparano all’attacco ma soprattutto quando sono on field. Li vediamo in azione, mentre sparano a un gruppo di talebani o bombardano attraverso uno schermo lcd un villaggio quasi disabitato. Si vantano perché ne hanno “fatti fuori quattro con una solo granata”. I characters sono quelli di un film di guerra di Spielberg: il balestrato tatuato o il novellino appena rapato zero, poco più che adolescente. Sembra una scena di Black Hawk Down o The Hurt Locker ma non lo è. Questo è il punto. E’ tutto, terribilmente, reale. Una prova registica che travalica i suoi limiti deontologici. Non un reality show, ma un’opera devastante come una granata. E il regista da “embedded” si trasforma in un soldato aggiunto. E noi spettatori respiriamo, sanguiniamo, ci spaventiamo come loro. E tutto questo senza uno straccio di 3D.

Se solo avessero avuto un po’ più di coraggio, sarebbe stato un film perfetto da concorso. Segnatevelo, perché scommettiamo che sarà nella cinquina degli Oscar.

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