Dita mignole

L’opera dello scrittore romeno Filip Florian è forse il miglior romanzo tradotto nell’ultimo anno. Un caleidoscopio di storie per raccontare la ferocia della Storia come fosse una favola
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
Dita mignole (Fazi Editore) dello scrittore romeno Filip Florian è forse il miglior romanzo tradotto in Italia in questo scorcio di 2010. Novità assoluta che permette di entrare all’interno di un mondo letterario, quello della Romania, non molto frequentato dalle nostre parti. Certo, la letteratura dell’est ha una sua vetrina, ma nel romanzo di Florian c’è un’incandescenza surreale, un fascino conturbante per la narrazione che lascia una dolce vena malinconica ma che folgora pagina dopo pagina in un caleidoscopio di storie che di volta in volta si intrecciano e si sovrappongono, ricordando in qualche modo Una solitudine molto rumorosa di Hrabal.
Siamo all’inizio degli anni Novanta, il regime comunista di Ceausescu è crollato insieme al Muro di Berlino; in una tranquilla e isolata località montana della Romania viene rinvenuta una fossa comune piena di resti umani, resti cui enigmaticamente e inspiegabilmente mancano le dita mignole. Inizialmente si pensa a ipotesi antiche, la fossa si trova nelle vicinanze di un castrum romano, c’è chi ipotizza che quei resti siano le vittime della pestilenza che colpì secoli addietro. Ma la verità è più vicina e tragica: quei poveri corpi sono le vittime di un’esecuzione sommaria perpetrata durante il regime comunista. A cercare di svelare il mistero una pletora di personaggi. Intanto c’è il capo della polizia locale, Major Maxim, che non trova di meglio che convocare la stampa e tutti i mezzi di informazioni, proclamando di voler risolvere il caso, forse. C’è poi un giovane archeologo, Petrus, affetto da una terribile ulcera che trascorre i suoi pomeriggi piovosi in compagnia della sua proprietaria di casa che gli racconta i suoi sogni. C’è la vedova Eugenia Embury che legge il futuro nelle carte e di cui Petrus è segretamente innamorato. C’è anche un monaco con un segreto sotto il suo cappello, un fotografo, Sasa, che va in giro con il dromedario Aladin, c’è un ex detenuto e un procuratore militare. Tutti intorno alla fossa, ma ad aiutarli a capire il mistero delle dita mignole amputate arrivano dall’altra parte del pianeta Terra cinque antropologi criminali argentini specializzati in los desaparecidos.
Una ridda di personaggi che vanno a comporre un mosaico di storie, tragiche, divertenti, fantastiche. Scritto con una leggerezza favolistica il romanzo è un insieme di finzione e realtà che racconta il presente, uno sguardo ironico e lucido sull’Europa di oggi. Difficile catalogare questo Dita mignole, che parte come un giallo classico e finisce in un fuoco d’artificio, ma ricorda spesso il racconto d’avventura, una storia di pirati ambientata ai nostri giorni, un fantastico delirio.
Buona lettura.





