Chaotic Ana

Chaotic AnaDal regista di Lucia e il sesso, un apologo neo-hippy/new age che anela al thriller psicologico in un mix grottesco di buoni sentimenti e divagazioni freak

di Laura Giacalone
laura.giacaone@gmail.com

A quasi dieci anni da Lucia e il sesso, Julio Medem propone al pubblico quello che lui stesso definisce «un film sulle donne», che arriva in sala ben tre anni dopo la presentazione al Festival di Roma nel 2007. Protagonista è Ana (Manuela Vellés), una ragazza di 18 anni tutta dreadlocks e braccialetti variopinti, cresciuta da hippy in una caverna di Ibiza insieme al padre. Quando Justine (Charlotte Rampling), una facoltosa mecenate francese, scopre i suoi coloratissimi quadri naif, decide di portarla con sé a Madrid. È nel suo atelier, concepito come una sorta di comune, che Ana conoscerà altri giovani artisti, tra cui Linda (Bebe Rebolledo), una femminista in lotta perenne con l’universo maschile, e Said (Nicola Cazalé), un giovane pittore Saharawi sopravvissuto alla guerra contro il Marocco, di cui reca in sé il tormentoso ricordo. Tra Ana e Said è subito amore, ma quando il ragazzo misteriosamente sparisce Ana si affida ad Anglo (Asier Newman), che la sottopone a una serie di sedute ipnotiche. È così che Ana scopre che dentro di lei vivono le anime di ragazze vissute in epoche diverse, tutte tragicamente scomparse all’età di 22 anni. Da qui avrà inizio un viaggio alla scoperta di sé che porterà Ana a rivivere le sue vite ancestrali da Madrid all’isola di Fuerteventura, dall’Arizona a New York.

Nell’intento di celebrare l’immaginario simbolo della cultura hippy, Medem dà vita a un film grottesco e artificiosamente naif, in cui si intrecciano confusamente vari elementi tematici: dall’omaggio alle civiltà precolombiane alla solidarietà per i Sahrawi e per tutti i popoli oppressi, siano essi gli indiani d’America o le popolazioni schiacciate dal neocolonialismo statunitense in Iraq. E poi, ancora, le riflessioni post-femministe sul principio uterino e la virilità, gli archetipi mitologici dell’allodola e del falco, quelli simil-edipici del padre-mostro e della madre-amante, il discorso tra la realtà e la sua rappresentazione, il rapporto fra ordine e caos, incarnazione e spiritismo, coscienza e inconscio, arte e vita. Come se ciò non bastasse, il film sembra attraversare vari tòpoi di genere cambiando ogni volta direzione: se all’inizio le atmosfere sono quelle etno-sognanti del romanzo di formazione in salsa freak, che strizza l’occhio al voyeurismo dello spettatore con punte di erotismo ammantato di misticismo, col procedere della storia il film subisce una brusca variazione, evocando, senza mai riuscirci pienamente, ora il thriller psicologico ora il road movie epico, con un finale splatter tarantiniano con tanto di combattimento minimal-darkettone fra gli avveniristici grattacieli di New York. A meno che non si voglia rintracciare il principio di unità del film nello sguardo sempre stupefatto e trasognato di Ana, non c’è modo di tenere insieme i pezzi di questo infelice apologo neo-hippy/new age.

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