Copia conforme

In concorso a Cannes, Kiarostami presenta un’opera eccezionale, sulla riproducibilità dell’arte e la parabola della comunicazione tra uomo e donna
di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it
Lo scrittore inglese James Miller (interpretato dal baritono William Shimmel, per la prima volta alle prese con la finzione cinematografica) è in Toscana per la presentazione del suo libro dal titolo Copia conforme, sulla sua particolare teoria sulla copia nell’arte, che portata alle estreme conseguenze nega l’originalità dell’opera d’arte (non la sua bellezza e il suo valore artistico) e definisce come unico possibile originale la realtà che l’opera d’arte riproduce. A presentazione già iniziata appare una donna (la splendida e bravissima Juliette Binoche) con il figlio, la quale assiste solo per qualche minuto alla conferenza chiacchierando distratta con l’uomo seduto al suo fianco (il traduttore del libro, interpretato da Angelo Barbagallo, il co-produttore italiano del film). Il giorno successivo la donna, che scopriamo essere un’antiquaria francese, riceve James nella sua galleria per avere ulteriori informazioni sul libro e farsi autografare alcune copie. Usciranno per chiacchierare davanti ad un caffè, ma finiranno per trascorrere insieme gran parte della giornata vagando in un paesino Toscano da cartolina popolato da sposini e altre coppie più attempate. Si perderanno pian piano nello strano gioco di fingere di essere sposati da quindici anni, inscenando il luogo comune della parabola della comunicazione e dell’amore coniugali attraverso tutti i clichè del rapporto di coppia.
Abbas Kiarostami (Palma d’oro a Cannes 1997 con Il sapore della ciliegia) misura anche la più lieve sfumatura per regalarci una macchina cinematografica perfetta dalla affascinante complessità e rara eleganza. Se l’azione è relegata in un vagare senza apparente senso, la sua sostanza consiste nei movimenti interiori dei personaggi e prorompe tra le pause di una verbosità brillante e serrata, attraverso primi piani così frontali che rendono gli attori come allo specchio, dietro o attraverso uno specchio, piani d’ascolto che hanno come controcampo invisibile il riflesso di sé (una variante del meccanismo già operato in Shirin, Venezia 2008). Il resto lo fanno la parola modulata in tre lingue (italiano, francese e inglese) e il corpo di Juliette Binoche, centro di gravità pulsante dell’intero film che offre e suggerisce tutto o quasi ciò che un grande attore può.
Ma soprattutto, è negli interstizi tra un frame e il successivo, gemelli quasi identici, copie quasi conformi, che si cela il segreto dell’amore per il cinema di Abbas Kiarostami, la sua pervicacia nel voler rendere (rendersi) conto di ciò che la messa in scena cinematografica restituisce, di ciò che la riproduzione quasi conforme di una possibile realtà crea: l’arte? la vita? la loro semplice copia?





