Sulla Croisette, tra politica e storia

cannes2010Si apre il 63esimo Festival di Cannes e tra i film in concorso un argomento la fa da padrone: la storia, mista a politica e, spesso, polemica

di Lorenzo Lamperti
lampe83@tiscali.it

Si apre il sipario sulla 63esima edizione del Festival di Cannes. Edizione più che mai in tono minore, tra crisi economiche, tagli alle spese e nubi vulcaniche. La Croisette riscopre l’austerity, quantomeno sotto l’aspetto dei film in programma, mai come quest’anno avari di grandi nomi. Scorrendo i film in programma, emerge con chiarezza la sensazione che quest’anno a farla da padrone sarà la storia, in tutte le sue varie declinazioni, specialmente quella politica.

Non si tratta di una novità assoluta, la rivisitazione storica e, soprattutto, la dialettica politica sono spesso state al centro del Festival. Basti pensare alle Palme d’oro a film come Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach. Ma quest’anno l’accento su questi temi è ancora più forte, complice forse la quasi totale assenza di film made in Hollywood che schiera in concorso il solo Fair Game di Doug Liman, un thriller manco a dirlo politico con Naomi Watts e Sean Penn, oltre ai decani Oliver Stone e Woody Allen fuori concorso. In una selezione fatta soprattutto di film europei e asiatici, dunque, ancora meno concessioni ai temi leggeri, nel segno di una crisi mondiale che fa ancora paura e non solo sotto l’aspetto economico, ma anche sotto quello politico e sociale. L’ultimo arrivato nella selezione ufficiale, Ken Loach è invece il primo alfiere di questo approccio storico-politico; con Route Irish prosegue sulla strada che tanta fortuna gli ha portato sulla Costa Azzurra, mettendo in scena la storia di due ex militari divisi tra la prima guerra del Golfo e l’amore per la stessa donna.

La princesse de Montpensier di Bertrand Tavernier è invece una rivisitazione storica della Francia del XVI secolo, sullo sfondo delle guerre di religione del 1562, che richiamano gli stessi problemi tra occidente e medio oriente che ci riguardano tanto vicino. La lente attraverso la quale Tavernier osserva un presente trasfigurato attraverso gli eventi del passato è un libro, l’omonima novella di Madame de la Favette del 1662. Anche la Russia porta un film storico, Il sole ingannatore 2 di Nikita Mikhalkov; il film si posiziona idealmente al termine del film del 1994 che gli valse il gran premio della giuria a Cannes e l’Oscar per il miglior film straniero. Il generale comunista caduto in disgrazia presso Stalin, interpretato da Mikhalkov già nel primo capitolo, viene qui liberato dal gulag e avviato al fronte di guerra contro la Germania nel 1941. Il film, che si è avvalso di appoggi economici senza eguali nella storia del cinema russo, sembra però confermare la decadenza artistica di un ex grandissimo regista come Nikita Mikhalkov, che dà seguito a un magnifico film che forse sarebbe dovuto restare un pezzo unico. Il motivo del sequel, voluto fortemente da Putin in persona, va probabilmente cercato in fattori politici che esulano del tutto dal versante estetico e creativo.

Ma sono i film africani a rendere ancora più evidente questa tendenza storicista del festival, a partire da Hors la loi di Rachid Bouchareb, che mostra il massacro di algerini compiuto dai coloni francesi nel 1945 a Setif. Il film di Bouchareb ha già scatenato un’ondata di polemiche in Francia ancor prima di essere visto, con la disapprovazione della destra francese, che attraverso le parole del deputato Lionnel Luca accusa Bouchareb di negazionismo. Ancora politica e religione nella rievocazione di un reale fatto di cronaca al centro di Des Hommes et des Dieux di Xavier Beauvois, altra opera algerina che racconta il sequestro e l’uccisione di sette monaci trappisti francesi nel 1996 da parte di un commando di gruppi islamici armati (Gia) che fece irruzione nel monastero di Nostra Signora dell’Atlante a Thibirine. Infine Un homme qui crie di Mahmat Saleh Haroun del Ciad, il regista dell’ottimo Daratt, film sorpresa al Festival di Venezia del 2006 quando vinse un Leone d’argento per la regia. Qui il tema è quello della guerra civile del Ciad, che ancora adesso continua a mietere migliaia di vittime.

Insomma, meno lustrini e più sostanza in un festival che sembra portare al primo posto la coscienza civile e sociale, rievocando fatti storici che potrebbero dire qualcosa a un mondo malato e bisognoso di cambiamenti. Non è da escludere in questo discorso la presenza sulla Croisette di un film come Draquila di Sabina Guzzanti,  che potrebbe fungere da ideale collante tra la rivisitazione storica del passato e la costruzione di un futuro socialmente migliore, attraverso una critica politica del presente.

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