Manolete

ManoleteLa corrida come metafora del rapporto uomo-donna nel film di Menno Meyes con Adrien Brody e Penélope Cruz. Ma il prode toreador e la sua bella deludono le aspettative

di Elisa Fontana
lizard_of_eldar@hotmail.com

Tra le leggi non scritte del cinema ce n’è una che trova spesso conferma: non bastano due star di primo piano in veste di protagonisti a garantire il successo artistico di un film. Ne è un esempio lampante Manolete, opera di Menno Meyes sulla vita di uno dei toreador più amati di Spagna, Manuel Laureano Rodríguez Sánchez. Non è infatti sufficiente la presenza di Adrien Brody, protagonista talentuoso de Il pianista di Polanski, né quella della bella e brava Penélope Cruz, per fare di Manolete un film riuscito.

Il 24 agosto 1947 Manolete è in procinto di compiere un’importante sfida con il rivale, Luis Miguel Dominguìn, giovane e attraente toreador acclamato dalle masse. Mentre attende di entrare nell’arena,  il protagonista richiama alla mente i contrastanti ricordi dell’altra grande battaglia della sua vita: la storia d’amore con Lupe Sino, donna forte e combattiva, invisa ai più ma da lui amata incondizionatamente. I frammenti della loro relazione sono scomposti e riaccostati seguendo continui slittamenti temporali; questo viaggio avanti e indietro nel tempo vorrebbe verosimilmente proporre un parallelo tra  i distacchi e le riconciliazioni dei due amanti e  la danza della corrida, che vede toro e toreador allontanarsi e avvicinarsi come in un balletto. Come sottolinea lo stesso regista, Manolete vuole essere prima di tutto una storia d’amore: in questo film la corrida diventa metafora del rapporto tra uomo e donna e, nell’arena, la lotta tra Manolete e il toro si fa specchio dei continui contrasti tra il toreador e la fiera e tormentata Lupe.

Purtroppo il montaggio frammentato, non privo di una sua logica teorica, non ha un effetto positivo sulla riuscita complessiva della narrazione: le continue interruzioni impediscono ai personaggi un vero sviluppo e tolgono pathos alla loro storia; i conflitti tra i due amanti  lasciano lo spettatore freddo e poco convinto e la discontinuità narrativa impedisce di arrivare al cuore dei protagonisti.  Adrien Brody salva il toreador dallo stereotipo machista ma la cupa malinconia dei suoi occhi non può da sola restituire a Manolete la complessità che dovrebbero garantire la sceneggiatura e il linguaggio delle immagini, mostrando al pubblico le ragioni e l’intensità di quell’attrazione per la morte che viene così spesso dichiarata ma mai esplorata fino in fondo.

La scena della corrida conclusiva è forse l’unica a generare una certa tensione drammatica, mentre la narrazione chiude con un finale banale e scontato, indulgendo inutilmente ed erroneamente nella rappresentazione drammatica di un epilogo in realtà già noto allo spettatore.

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