L’uomo Gesù – La storia vera di Gesù di Nazaret
Il regista di Robocop e Basic Instinct, Paul Verhoeven, descrive la grande tragedia di un portatore di croce in un regno che non è mai arrivato
di Dafne Foderà
dafne.fodera@libero.it
«Venuto da molto lontano a convertire bestie e gente. Non si può dire non sia servito a niente perché prese la terra per mano. Vestito di sabbia e di bianco, alcuni lo dissero santo. Per altri ebbe meno virtù. Si faceva chiamare Gesù». Cantava Fabrizio De André.
«Vedo Gesù come una persona», esordisce Paul Verhoeven, nel suo libro, nato, come dice egli stesso, dall’impulso a ricercare la verità. Ma la verità non è mai una sola. E forse è questo il maggior pregio di quest’opera: un’analisi lucida e storica che parte da diverse fonti, che parte non dal Vangelo, ma dai Vangeli. Un’analisi nata con l’intento di girare un film, il racconto di un regista che guarda al Nuovo Testamento come un drammaturgo, scorgendone e rivelandone i meccanismi narrativi. Il regista olandese sa bene che cosa si scrive per il lettore, come viene girata una scena solo per il punto di vista dello spettatore. Nel suo intento di mostrare esclusivamente i fatti, però, induce inevitabilmente la mente di chi legge a costruirsi la propria verità. A specchiarsi, ancora una volta, in una narrazione.
La sua premessa è chiara: Gesù era prima di tutto un uomo, con i pregi e i difetti che ne conseguono. A proposito della sua fede, Verhoeven dichiara fin dall’inizio: «mi piacerebbe credere, ma razionalmente non ci riesco». Eppure, appena comincia la sua analisi, il lettore si trova a credere alle sue parole.
Una lunga parte del testo è dedicata all’analisi narrativa delle parabole più conosciute. Afferma il regista: «Gesù descrive sempre le azioni, il comportamento dei personaggi, nelle sue parabole. Qualche volta utilizza un monologo interiore per ravvivare la trama, ma non descrive mai i sentimenti dei suoi personaggi dal di fuori». E ancora: «Le parabole di Gesù vanno prese alla lettera. Vi descrive un determinato “comportamento nel mondo”. Il padre del figliol prodigo, il proprietario della vigna, il samaritano si comportano tutti in un certo modo e quel comportamento è proprio il regno di Dio. Gesù si aspettava che, non appena questo regno di Dio fosse diventato realtà, nel mondo lo spirito di Dio sarebbe venuto su di noi e noi ci saremmo comportati in tal modo». Per Gesù, il regno di Dio è un mondo in cui tutte le cose sono misurate diversamente. Dove tutti gli operai vengono pagati un denaro, anche se hanno fatto meno ore degli altri. Dove il figlio che va via è più apprezzato di quello che è rimasto.
Le parabole erano vere e proprie finestre sul regno di Dio. Ma il regno di Dio non è mai arrivato. Questa la grande tragedia dell’uomo Gesù. Il quale, a un certo punto, si scontra con una verità che non ricordava. Quello il momento in cui il suo ruolo diventa quello che ci è stato tramandato.
«Penso che tutti i teologi concordino nel sostenere che Gesù ha predicato il regno di Dio. Ma quando Gesù fu crocifisso, e secondo la tradizione risorse a nuova vita, allora proprio quella resurrezione diventò l’elemento centrale del Cristianesimo. Quella resurrezione dimostrava che Gesù era figlio di Dio e che la sua morte aveva portato alla definitiva redenzione dell’umanità (ovviamente solo dei cristiani) dai peccati: Gesù aveva riconciliato ancora una volta Dio e il suo popolo. E così il messaggero (che proclamava il regno di Dio) si trasformò nel messaggio».
A proposito del significato della sua venuta, Verhoeven scrive: «La principale ragione della nostra dimenticanza del messaggio di Gesù riguardo all’avvento del regno di Dio è dovuta evidentemente al fatto che questo regno non è mai arrivato. Tutto ciò che Gesù si aspettava, quell’utopia a cui tutte le sue parole, similitudini e parabole facevano riferimento, non è mai diventato realtà».
Infine, il regista olandese stravolge il significato canonico dell’Ultima Cena, mostrando ancora una volta la fragilità tipicamente umana. «Quando Gesù, dopo due giorni e due notti di indicibili sofferenze spirituali, accettò finalmente la necessità della propria morte, mangiò insieme ai discepoli presenti e, durante il pasto, chiese loro di ricordarlo dopo la sua morte, ogni volta che in un pasto avrebbero spezzato il pane e bevuto il vino. In nessun altro passo dei Vangeli la grandezza di Gesù come uomo è evidente come in occasione di questo pasto, in cui fissa la morte negli occhi, la accetta e chiede ai suoi amici di non dimenticarlo».
Perché, alla fine, Gesù è morto. È morto, «come tutti si muore, come tutti, cambiando colore». Cantava Fabrizio De André.





