Fuga dalla realtà
Il grande pubblico snobba il realismo amoroso di Soldini e le scomode follie di Resnais e privilegia la facile evasione dei supereroi di sempre
di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com
Troppo realismo non piace agli italiani. È quanto emerge dall’analisi dei dati di quest’ultimo weekend al botteghino. Se è vero che in Italia 7 uomini su 10 tradiscono regolarmente la propria compagna (e le donne non sono da meno), l’adulterio sul grande schermo, rivisitato in chiave quasi documentaristica da Silvio Soldini nel suo Cosa voglio di più, poco attira, piazzandosi così solo al 5° posto della classifica, nonostante le 280 sale di programmazione (632.000 euro in 3 giorni).
Ipocrisia da moralismo diffuso? Immediata redenzione? Inconscia paura di rispecchiarsi troppo nella storia?
Sebbene il cinema italiano da sempre racconti di tradimenti, drammi delle gelosie e scappatelle extraconiugali degli italiani, la passione tra gli adulteri Domenico (Pierfancesco Favino) e Anna (Alba Rohrwacher) stando ai dati Cinetel, sembra essere stata quasi rifiutata, o comunque non riscontrare il medesimo interesse delle gag farsesche de sica-amante in vacanza, o dei baci patinati Accorsi-Stella di mucciniana memoria.
La spiegazione più semplice è da attribuire probabilmente alla cifra stilistica scelta da Soldini. Se Sordi, Mastroianni e Vitti della vecchia commedia all’italiana utilizzavano la satira, esorcizzando così le paure più intime nell’Italia del boom economico, medesimo effetto hanno gli umorismi pecorecci utilizzati dai Vanzina e Parenti di oggi, che riescono addirittura a dissolvere anche i più arcaici rigurgiti di perbenismo nostrano.
Immergersi nella realistica e poco ironica sofferenza d’amore dei protagonisti di Cosa voglio di più è quanto mai arduo e, per certi versi, addirittura spiacevole e imbarazzante.
Domenico-Favino è ciò che di più lontano possa esistere dalla figura del maschio italiano indolente e donnaiolo, un po’ medico della mutua-Sordi – un po’ Christian De Sica, a cui il pubblico è avvezzo.
Il personaggio creato da Soldini è talmente reale da sembrare un amico e come se non bastasse, esala un melting pot di emozioni così esasperate (e vere) tra loro, da riuscire a stordire lo spettatore. Ama e si sente in colpa. Perde il controllo e prova a ragionare. Lascia, ma poi ritorna. Lotta con le sue passioni e le scompare. Cambia idea e si ripresenta. È senza soldi, senza felicità, senza libertà. A tratti, è drammaticamente uno di noi.
Non ci dilungheremo su questioni sub-coscienziali in merito alle paure (di immedesimarsi, perdere il controllo, vivere passione brucianti), quanto sulla constatazione che ad aggiudicarsi il primo posto del box office è stato, ancora una volta, un fantasy. Il sequel Iron Man 2, con un incasso di 3.500.000 euro per 580 sale di programmazione, ha scalato immediatamente le vette della classifica in soli tre giorni.
Questo dato ci riconferma, ciò che sapevamo: il cinema altro non è che evasione dalla realtà. Distrae dalla vita e ci rassicura dalla stessa. E cosa può meglio del sequel soddisfare questo bisogno? Gli attori sono gli stessi della versione precedente, la trama pressoché identica se non più annacquata e il risultato finale è garantito. Si uscirà dalla sala contenti di non aver subito alcuna sorpresa, di non aver smarrito il controllo, di poter ridire, anche questa volta, “era meglio il primo”.
Per tutti gli altri, per coloro che hanno ancora voglia di perdere la testa, di vivere il (doppio) tradimento o di immedesimarsi fino alla pazzia, consigliamo invece la visione de Gli amori folli di Alain Resnais: imprevedibile, in-decodificabile, poco confortante e, proprio perché tutto torna, al 14° posto della classifica di questo weekend.





