Gli amori folli
Passioni al limite della pazzia nell’ennesimo sorprendente film dell’ottantottenne Alain Resnais. Che ha ormai raggiunto una libertà espressiva invidiabile
di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com
A Marguerite Muir, dentista di mezza età appassionata d’aviazione, viene scippata la borsetta all’uscita da un negozio di calzature. Georges Palet, benestante pensionato mentalmente instabile, trova il portafoglio di Marguerite nel parcheggio di un supermercato. Non si limita però a consegnarlo alle forze dell’ordine: vuol conoscere l’affascinante – ma solo in una delle due fototessere incluse – proprietaria. E in effetti arriva a contattarla e tormentarla. A ossessionarla e a ossessionarsi. La riconoscenza della donna si tramuta presto in paura, che a sua volta abdica alla curiosità. L’attrazione è reciproca e pare irresistibile, tanto che neanche la signora Palet osa opporvisi. Ma la presenza di Josépha, amica intima e collega dirimpettaia di Marguerite, rischia di rovinare tutto.
Dal romanzo L’incident di Christian Gailly, una sorta di compendio di temi e situazioni tipiche della storia del cinema francese dalla Nouvelle Vague in poi, aggiornati all’età avanzata dei protagonisti (che però, quanto a mezzi di comunicazione a, sono fermi al telefono fisso) e arricchiti da un’ironia incontenibile talvolta di matrice buñueliana, come nell’apicale e spassosa sequenza della festa alla stazione di polizia. Il quasi novantenne Resnais migliora col tempo come il buon vino d’annata, sfodera una libertà espressiva totale che sfocia nella follia del titolo, dispensa lezioni di classe a ogni inquadratura, palesando una grande passione per i personaggi e per il loro flusso di coscienza, che è inoltre l’occasione per sfoggiare uno spiccato gusto per il dettaglio (anche nel morettiano feticismo delle scarpe).
Il maestro dipinge un mondo inesistente, caratterizzato da irreali colori accesi, il cui punto d’arrivo è un finto lieto fine scopertamente hollywoodiano, subito negato da un vero prefinale di un pessimismo del tutto quieto e da un ultimissimo disorientante svolazzo criptico. Alla lunga, il bel gioco dura forse un po’ troppo (anche se il tempo vola, cento minuti passano d’un fiato) e magari non è da prendere completamente sul serio. Ma lo spirito, la vitalità, la leggerezza dell’ennesimo sorprendente e ammaliante film del vecchio Alain, non possono non lasciare a bocca aperta. Secondo i Cahiers du cinéma – in evidente conflitto di interessi – è il miglior film del 2009.


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