Matrimoni e altri disastri
La commedia di Nina Di Majo con Margherita Buy e Fabio Volo irride bonariamente le contraddizioni della borghesia radical chic. E dimentica l’Italia della crisi
di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com
In tempi di crisi il cinema riscopre la commedia. Sarà per la voglia di evadere, o per un desiderio inconscio di rimozione collettiva a cui il cinema, da brava fabbrica dei sogni, risponde con piccole dosi di “soma”, per dirla con le fantasie distopiche di Huxley. Ecco quindi l’imperversare di commedie autoriali o vanzinian-dozzinali, sofisticate o mistificate, che intasano i nostri schermi di sogni prefabbricati di immediata consumazione e consolazione.
L’ultima della serie, e forse anche una delle più apprezzabili, è Matrimoni e altri disastri, di Nina Di Majo, scritta insieme a Francesco Bruni (sceneggiatore di tutti i film di Virzì) e Antonio Leotti. Nel film, Nanà (Margherita Buy) è una quarantenne dalla vita incasinata, che ha tradito il sogno borghese incarnato dalla sorella minore Beatrice (Francesca Inaudi), rinunciando a un percorso tradizionale scandito da matrimonio e impiego manageriale nell’azienda vinicola di famiglia. Insieme all’amica Benedetta (Luciana Littizzetto), che è alla disperata ricerca di un fidanzato, Nanà gestisce una piccola libreria a Firenze, e con gli uomini ha chiuso, come le ricorda quotidianamente il suo screensaver, che tiene il conto dall’ultima-volta-che. Il suo precario equilibrio è destinato però a incrinarsi quando la sorella le affida l’organizzazione del suo matrimonio, costringendola a una difficilissima convivenza con il futuro sposo Alessandro (Fabio Volo), un simpatico “parvenu” tutto carriera e sfrontatezza. Tra una bomboniera e l’altra, saranno molti i colpi di scena e gli imprevisti che porteranno Nanà e la sua famiglia a una nuova coscienza di sé e dell’Altro.
Al di là delle tipicità di genere, valorizzate dal ritmo vivace della scrittura e dalla convincente interpretazione degli attori, il film della Di Majo si presta a una lettura ulteriore e ha il merito di cogliere un aspetto non banale della società italiana contemporanea, ovvero lo “scontro di civiltà” fra una classe intellettuale “radical chic” dichiaratamente di sinistra (non a caso il film è ambientato nella rossa Firenze) e l’emergente borghesia tele-cafona di destra. Il film ne tipizza i modi, li estremizza per irriderli bonariamente. Se da un lato c’è Nanà, con il suo mondo fatto di “etno bon ton”, letture raffinate, frequentazioni colte e terrazze panoramiche, dall’altro Alessandro incarna i valori (?) della classe dirigente al potere, con la sua ostentazione di simboli materiali e i suoi modi politicamente scorretti (in linea coi tempi, per così dire, la sua invettiva anti-Emergency). Due realtà apparentemente distanti costrette forzatamente a un dialogo che si risolve nello smascheramento delle reciproche contraddizioni. Come dire, di fronte all’anti-convenzionalità di maniera di certa sinistra, la schietta arroganza di destra appare paradossalmente più autentica e genuina.
Da qui, dalemianamente, le ragioni di un matrimonio che rappresenta la suprema (as)soluzione di ogni contraddizione politica e sociale e santifica l’unione fra le componenti apparentemente più estreme di questa Italia scombinata ma felice (almeno sugli schermi). In questa rassicurante conciliazione degli opposti l’Italia della crisi sparisce per magia. Per altri disastri, evidentemente, non c’è spazio.






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