I gatti persiani
Barman Ghobadi denuncia l’oppressione esercitata dal regime iraniano sulle nuove generazioni: la musica può costituire un prezioso strumento di emancipazione
di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it
Ancora Iran. Dopo il recente Donne senza uomini di Shirin Neshat – interessante testimonianza sulla condizione femminile, ma anche e soprattutto sul colpo di stato che, appoggiato da CIA e servizi segreti britannici, il 16 Agosto del 1953 aveva rovesciato il governo di Mohammad Mossadegh, democraticamente eletto, provocando la successiva Rivoluzione Islamica del 1979 – l’Iran torna sotto i riflettori con I gatti persiani di Barman Ghobadi, in cui, a tempo di indie rock, si denuncia la mancanza di libertà d’espressione che obbliga tanti musicisti locali ad abbandonare il proprio paese per raggiungere Europa e Stati Uniti.
Girato in stato di totale clandestinità per la natura dei temi trattati, l’ultimo lungometraggio del regista iraniano (Half moon, Turtles Can Fly, Marooned in Iraq, Il tempo dei cavalli ubriachi) s’insinua nel cuore di Teheran, restituendo una prospettiva d’osservazione inedita che tratteggia i contorni di una metropoli cosmopolita, in netto contrasto con l’usuale iconografia diffusa dai mass media occidentali. La repressione culturale ostinatamente esercitata sulle nuove generazioni appare grottesca e inefficace, come cercare di arginare il corso di un torrente con degli stuzzicadenti e, pertanto, agli occhi di un osservatore esterno non può che sembrare esser destinata ad un’imminente fine. Come poter realmente credere di mantenere un isolamento che dura ormai da più di trent’anni? È una faccenda questa che ricorda non poco gli ultimi anni dell’ex Unione Sovietica quando l’Estonia, avamposto a nord del gigante russo, fu circondata da una cortina di ferro per impedire che giungessero i segnali televisivi provenienti dalla vicinissima Finlandia. Il risultato fu un fallimento totale dai toni farseschi, dato che a Tallin gli ingegnosi cittadini si fabbricarono delle antenne fatte in casa.
Per questa paradossale situazione dobbiamo ancora una volta ringraziare l’esanime alfiere dell’ordine imperiale (USA) che non ha mai smesso di partorire mostri politici, sistematicamente rivelatisi bombe ad orologeria. E a pagare il prezzo di queste ingerenze violente e miopi sono i giovani iraniani, costretti a nascondersi per suonare un po’ di musica, o ad acquistare clandestinamente film provenienti dall’estero. Passaporti, visti, carte d’identità, tutti i documenti sono forniti da falsari professionisti, secondo un accurato tariffario; commercio illegale di materiale audiovisivo; feste clandestine per svagarsi un po’: la normalità è costretta a nascondersi in nome di non si sa quale fede o ideale.
Ne I gatti persiani, che vede l’alternarsi di situazioni esilaranti, attraverso un montaggio serrato scandito dalla musica dei gruppi emergenti, l’epilogo è tragico. Questo è il merito di Ghobadi: l’aver mostrato in maniera evidente le contraddizioni e l’ottusità di un regime incapace di leggere il presente e costretto, quindi, ad esercitare un’oppressione inutile e gratuita.
Noi, intanto, continuiamo a protestare per l’arresto del regista iraniano Jafar Panahi.






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