Departures
Fra humour e dramma, approda con due anni di ritardo l’Oscar 2009 come Miglior Film Straniero. Opera di valore anche se a tratti incompiuta, ottimo cast
di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it
Meglio tardi che mai: approda nelle sale italiane il penultimo film di Takita, premio Oscar 2009 come Miglior Film Straniero uscito nel 2008 e già distribuito in dvd. Non che ci stia a cuore la riuscita commerciale di questa operazione, ma viene perlomeno da chiedersi quanto bisognerà aspettare per El secreto de sus ojos (Oscar 2010) del buon Campanella, finora soltanto sottotitolato…
Departures è la storia di Daigo (Masahito Motoki), violoncellista mediocre e ingenuo, che perde il lavoro e si ritrova costretto a vendere lo strumento e lasciare la città per il vecchio paesino natìo, seguìto dalla fedele compagna Mika (Hirosue Rioko). Per una serie di equivoci trova un ben retribuito lavoro da nokanshi (abbellitore di cadaveri per cerimonie funebri) e, dopo una iniziale riluttanza, comincia ad apprezzarlo, trascinato dal suo capo e Obi-Wan, il vecchio e cinico Sasaki (Yamazaki Tsutomu), becchino di lusso con la passione per la cucina. Peccato nasconda quale sia la natura della sua occupazione a tutti, Mika compresa. Il resto del film si incentra sulla sua storia personale: l’accettazione graduale della ragazza, l’amore per una madre già passata a miglior vita, un padre assente con cui si “riconcilierà” post mortem.
Tema forte, ma struttura narrativa classica e registro “occidentalmente” misurato. A Takita va riconosciuto il merito di cercare di portare sullo schermo una delle peculiarità della tradizione giapponese, il rito della deposizione, affascinante e paradossale soprattutto agli occhi dello spettatore occidentale: rendere bellissimo il defunto per l’ultimo saluto prima della cremazione, in una cerimonia (laica, è bene sottolinearlo, uguale per tutte le fedi come racconta Sasaki) fatta di compostezza e doloroso rispetto, gestualità misurata e solenne raccoglimento, che parte da un presupposto di riconciliazione e dignitoso plauso al defunto più che da un solenne addio.
In realtà, qualche falla in quest’opera c’è, a partire dai conflitti generazionali (tradizione/cultura occidentale, genitore/figlio, piena attualità in Giappone), sempre accennati ma mai sviluppati con convinzione. La regia vorrebbe alternare momenti di pura poesia a momenti di humour nero e ci riesce: peccato che le parti comiche siano perfettamente riuscite (fra tutte quella del funerale del trans, con una strizzatina d’occhio a Kitano), quelle drammatiche un pò meno, a volte perché non troppo originali, a volte perché vengono usate metafore esageratamente scoperte e didascaliche, che rasentano l’esercizio di stile. Il ritmo del montaggio, pacato e misurato, non aiuta certo queste pecche e a volte le evidenzia, e forse il film dura qualche minuto di troppo, ma al montatore si può rimproverare poco. Belle musiche di Hisaishi, già collaboratore di Kitano e Miyazaki.
Il meglio della pellicola lo danno gli attori, a partire da Daigo/Motoki: sono le sue espressioni, degne di un attore di cinema muto, a dettare il climax in buona parte della pellicola. È anche il personaggio meglio sviluppato, a cavallo fra ingenuità e nobiltà d’animo: sogna di essere artista ma riconosce la sua mediocrità, i suoi problemi con il nuovo lavoro sono di natura pratica (nausea) mentre quelli che gli pongono sono critiche piccolo-borghesi. Ottimi anche la dolcissima Mika/Rioko, il cinico Sasaki/Tsutomu, non nuovo a parti da becchino, e tutto il cast di contorno.
Al di là delle sottigliezze, vale il prezzo del biglietto.






[...] dell’estremo oriente (prima di Detective Dee, la Tucker ha distribuito infatti il giapponese Departures e il coreano [...]