Sette piccoli sospetti

Sette piccoli sospetti

Protagonisti del nuovo romanzo di Christian Frascella, edito da Fazi, sette ragazzini all’assalto della banca del loro paese: una storia tutta da ridere ma da leggere con il fiato sospeso

di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com

Christian Frascella a non conoscerlo bene sembrerebbe un tipo poco raccomandabile, uno da non frequentare per non finire nei guai. Bè, mi sbagliavo di grosso, lo confesso. Il suddetto Frascella è un personaggio incredibile, uno di quei tipi che vorresti avere per amico, magari da prendere a piccole dosi, ma un amico al quale rivolgersi.
Poi c’è che ha scritto due romanzi belli, Mia sorella è una foca monaca e l’appena uscito Sette piccoli sospetti (entrambi Fazi Editore). Il primo sarà presto un film e per il secondo c’è da attendere, ma intanto leggetevi questa storia. Quella di sette ragazzini che tengono d’occhio la banca del loro paese finché non decidono di svaligiarla. Fin qui niente di male (soprattutto l’idea di rapinare una banca), però, come sempre, qualcosa va storto in maniera imprevista, con i nostri costretti a fare i conti con qualcuno di veramente temibile.

Da Mia sorella è una foca monaca, che era una storia personale, sei passato con Sette piccoli sospetti a un’ambientazione e a un registro diversi.
«Avevo in mente questa idea: cosa succederebbe se sette ragazzini decidessero di rapinare la banca del loro paese? Poi il resto è venuto con la scrittura. L’importante è avere una buona trama poi il resto viene da sé. Così come, mentre scrivevo, è venuta fuori l’idea di ambientarlo dalle parti di Napoli. Mentre in Mia sorella è una foca monaca l’ambientazione la conoscevo bene perché è dove sono cresciuto, la provincia di Torino, qui ho cercato di qualcosa di nuovo. Con casini consequenziali come il dialetto, per il quale mi hanno dovuto aiutare».

Però è eccezionale come racconti questi sette ragazzini e il loro ambiente…
«Credo che un personaggio funzioni bene quando ha dietro un background consistente, così sono entrato nelle loro vite, li ho visti calati nel loro quotidiano, neanch’io sapevo che uno voleva fare il calciatore, un altro il prete e così via. Alla fine però dentro c’è anche qualcosa di me, più il cinema e i libri che mi sono piaciuti».

Un’altra cosa che salta all’occhio sono gli anni 80 nei quali è ambientata la storia del romanzo, però i tuoi personaggi hanno un parlato più contemporaneo.
«Non credo che esista un linguaggio universale quindi ho richiamato alla memoria come parlavo io in quel periodo, quando avevo l’età dei protagonisti della storia, poi ho prestato l’orecchio a come parlano i ragazzi oggi. Però oltre al dialogo c’è anche parecchia azione e movimento, così ogni personaggio è portatore di un atteggiamento. I personaggi bisogna farli parlare ma bisogna anche saperli far muovere».

Mia sorella è una foca monaca presto sarà un film e tu hai partecipato alla sceneggiatura, questo lavoro ti ha insegnato qualcosa?
«Ho scritto la sceneggiatura insieme a Marco Martani, che è una bestia però è un grande tecnico della sceneggiatura. Con lui ho capito quando si deve sacrificare o tagliare qualcosa, come mantenere vivo il dialogo, come costruire l’azione. Però quando abbiamo cominciato a scrivere la sceneggiatura io ero già a tre quarti della stesura del romanzo. Scrivere un film mi ha aiutato a scrivere il finale del mio romanzo, facendolo diventare tutto azione».

È cambiata molto la storia dalla pagina al film?
«Il personaggio di Mia sorella è una foca monaca è uno che si parla parecchio addosso, quindi abbiamo cercato di rendere questa sua caratteristica attraverso altre dinamiche. Con Martani ci siamo visti un po’ di film, soprattutto Trainspotting di Danny Boyle. L’inizio del film sarà con il protagonista che corre. Però non ci sono stati grandi tradimenti, anche perché altrimenti non l’avrei firmato. Quando ci sono state delle cose che non mi quadravano l’ho detto, e mi hanno ascoltato».

Senti, emozioni particolari per questa seconda prova?
«La prova del due è quella che tocca tutti dopo che il loro primo libro, disco, film è andato bene. Che dire: sono indifferente. Per scrivere Mia sorella è una foca monaca ci ho messo sette anni per Sette piccoli sospetti sette mesi. L’ho portato dal mio editore che ne è stato entusiasta ed è finita lì.
Nessuno mi ha messo fretta telefonandomi per dire che era meglio se buttavo fuori subito qualcosa di nuovo. Ora ho due romanzi sul curriculum ma da qui a dire che sono un autore ce ne vuole. Io non concepisco la scrittura come un mestiere ma come un divertimento. Mi capita di finire quasi involontariamente a tavole rotonde con altri scrittori e li senti parlare come se la narrativa sia il fine ultimo della vita e poi citano sempre qualcun altro. Ma provate a dire qualcosa di vostro, della farina del vostro sacco, senza starvene a far girare ’sti pseudo-intellettualismi… È come vedersi 8 ½ di Fellini e cercare di capire cosa voleva dire. Può pure non voler dire niente ma è bello lo stesso.
E poi io neanche ci pensavo che avrei mai pubblicato un libro. Invece adesso sono a due».

Però per il primo libro sei finito dalla Dandini.
«La peggiore intervista della storia».

Un’ultima cosa su Sette piccoli sospetti: il personaggio di Bordignon lo hai preso da I mostri di Dino Risi, vero?
«Ehmbè».

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