Happy Family

Happy_FamilyTratto da una pièce teatrale, il film di Salvatores non convince, indugiando eccessivamente in un facile umorismo da cinepanettone e dinamiche da fiction TV

di Sandra Capitano
sandra.capitano@gmail.com

Nonostante il discreto debutto in sala, Happy Family di Gabriele Salvatores non persuade fino in fondo. Classificatosi terzo al box office di questo week-end con 1.100.000 euro d’incasso e una media per sala superiore sia a Dragon Trainer in 3d (1°, con 1.200.000 in 488 sale) che a Alice in Wonderland di Tim Burton (2°, con 27 milioni di euro ad oggi), l’ultimo film del regista di  Mediterraneo (premio Oscar miglior film straniero nel 1991) appare per quello che è: una piece teatrale stentatamente riadattata ai tempi cinematografici.

Debuttando con la regia di Alessandro Genovese nel maggio del 2007 al Teatro Dell’Elfo di Milano (teatro fondato dallo stesso Salvatores nel 1972) e divenuto in breve un cult tra i giovani milanesi modaioli, Happy Family in versione cinema, si inceppa, non scorre, appare forzato.

Ezio, protagonista-scrittore che vive in un open space nel centro di Milano, passeggia in  bicicletta per i Navigli, paga massaggiatrici cinesi, ama la solitudine e, un po’ come il londinese Will di About A Boy di Nick Hornby (interpretato da Hugh Grant nel film), vive del brevetto sulla pallina per lavatrice inventata dal padre anni prima. Deciso a scrivere un film che incassi, Ezio costruisce una sceneggiatura dando vita (letteralmente) ai suoi personaggi. Un banale incidente stradale lo catapulterà nel microcosmo da lui inventato, quello di due famiglie che incrociano i destini a causa dei figli quindicenni caparbiamente decisi a sposarsi.

Per l’interpretazione di Ezio, Salvatores sceglie Fabio De Luigi, già diretto in Come Dio comanda. Ma se in quest’ultimo film l’attore si sperimentava egregiamente nel ruolo serioso dell’assistente sociale, qui De Luigi ritorna alle origini comiche delle sue interpretazioni, parafrasando l’Olmo della Gialappas, nonché il medioman dei recenti cinepanettoni. E non solo De Luigi.

Mentre nella versione teatrale Genovese esaltava tutte nevrosi del protagonista, spiegando le dinamiche familiari (da qui il titolo), così come le insicurezze e le caratteristiche dei personaggi, in un dramma pirandelliano in chiave moderna, nel film Salvatores decide di dare risalto solo alle situazioni esilaranti. Dopo un’apertura in cui viene dichiarato che il film è un tributo a chi nella vita ha paura (del vicino, dei virus, di perdere quello che ha realizzato, di diventare povero, di innamorarsi, di rimanere solo, di diventare ricco, di pagare le multe, della gente, degli altri) Salvatores mette in tavola un cast celebre al grande pubblico (Abatantuono, Buy, Bentivoglio), realizzando così una fiction televisiva frammentata come un mosaico e stracolma di battute dal facile sorriso.

Non è la prima volta che un’opera teatrale disillude non appena trasportata sul grande schermo. Se la commedia-drammatica al femminile Due partite di Cristina Comencini sul palco riusciva ad esprimere spessore e fluttuazione attraverso i dialoghi e le recitazioni delle protagoniste, claustrofico e retorico appariva nella sua versione cinematografica orchestrata da  Enzo Monteleone e uscita in sala proprio a marzo dello scorso anno (per un incasso totale di 1 milione e mezzo di euro al box office).

Ma nonostante questo, non possiamo non rendere omaggio a Happy Family per qualche chicca di considerevole impatto, come l’utilizzo (davvero teatrale, appunto) che Salvatores fa dei colori. Omologare e unificare come gruppo/famiglia tutti i protagonisti, vestendoli e colorandoli in base alle scene (giallo-sole per l’incidente stradale, rosso-passione durante il concerto al pianoforte, beige-asettico in ospedale, nero-morte al funerale) è l’unica scelta registica che prova a spiegare il titolo stesso della commedia, illustrandoci i personaggi, così differenti e variegati, come un unico gruppo compatto (e dunque felice).

Degna di nota anche la lezione di scrittura creativa che erompe negli ultimi istanti del film. Laddove la macchina da presa indugia tra i quadri, le foto, le cartoline e gli oggetti della casa di Ezio-De Luigi, capiamo che il processo creativo altro non è che un’associazione casuale di immagini, ricordi, pensieri e parole. E così, ogni personaggio frutto dell’immaginazione dell’autore, è in realtà una parte di esso. Davvero poetico.

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