Dragon Trainer
Dopo Shrek, Madagascar e Kung Fu Panda, la DreamWorks alza la posta, affidando al cartoon un ruolo sempre più importante per la comprensione del presente
di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it
Divertente, intelligente, emozionante: Dragon Trainer, ultimo film d’animazione della DreamWorks, prosegue la parabola politicamente corretta dell’avatar post-moderno, mettendo in scena un efficace contro-spettacolo che delizia le pupille foderate dalle lenti 3D.
Draghi e vichinghi, da sempre coinvolti in una lotta senza tregua, stringono un’alleanza per sconfiggere ciò che costituisce la causa del loro scontro: un mostro che si annida all’interno di un’enorme montagna, costringe i poveri predoni alati a saccheggiare il villaggio del fiero popolo scandinavo che, oramai abituato alle violente scorrerie, ha addirittura istituito un corso di addestramento per fronteggiare i pericolosi assalti.
Hic, il figlio smidollato del re, riesce ad avvicinare, facendoselo amico, uno dei draghi più pericolosi, “Sdentato”, col quale darà inizio ad una svolta radicale nel rapporto tra le opposte fazioni. La conoscenza del nemico svelerà i meccanismi che sostengono lo scontro, mutando le coordinate della lotta e operando un rovesciamento dello scenario.
È grazie alle sue invenzioni balistiche, e al desiderio di conoscenza, che Hic trova una nuova chiave di acceso alla gestione dell’eterna diatriba, diventando la guida che condurrà alla liberazione dei contendenti.
Parafrasando: proletari e borghesi (ma potremmo dire anche cristiani e musulmani), dinanzi alla piega pericolosa che ha preso il livello dello scontro, si alleano per distruggere ciò che rischia di annientare entrambi.
Si dice spesso, quando si è in vena di luoghi comuni, che il proletariato non esiste più; affermazione di per sé non del tutto errata, ma che lo diventa se non corredata dalle dovute chiose: il mutamento della natura del lavoro – sempre più volto alla produzione di beni immateriali (servizi) – e il General Intellect (la capacità creativa comune) hanno provocato l’esaurimento dell’antagonismo sociale e smascherato il falso teatro delle differenze tanto sostenuto dal multiculturalismo, delineando un orizzonte inedito: “la moltitudine” diviene il serbatoio all’interno del quale confluiscono le parti del conflitto (politico o culturale), rivelando l’automatismo e l’impersonalità di un meccanismo di sfruttamento, che oramai opera al di fuori della capacità di gestione di qualsivoglia manovratore.
Certo, un quadro di questo genere tratteggia solo una tendenza non ancora effettivamente riscontrabile ma impone, tuttavia, una rilettura del quadro economico e politico attuale.
È evidente come muti la forma della lotta che, sempre più tesa a decongestionare gli spazi saturi della contemporaneità per inserirvi nuovi contenuti, piuttosto che cercare lo scontro frontale, si attualizza in una delocalizzazione volta a circoscrivere nuovi territori.
È solo su questo punto che siamo in disaccordo con il film: non serve eliminare ciò che potrebbe e dovrebbe essere gestito (lo sfondo capitalista). Il mutamento non deriva dalla distruzione della situazione attuale, ma dall’aggiunta di un nuovo ordine simbolico che, giustapposto al precedente, ne rielabora, retroattivamente, la struttura.






[...] box office di questo week-end con 1.100.000 euro d’incasso e una media per sala superiore sia a Dragon Trainer in 3d (1°, con 1.200.000 in 488 sale) che a Alice in Wonderland di Tim Burton (2°, con 27 milioni [...]