L’uomo nell’ombra
Vincitore dell’Orso d’argento per la regia, Polanski mette in scena un thriller di hitchcockiana memoria, con McGregor nei panni del ghostwriter “che sapeva troppo”
di Lorenzo Lamperti
lampe83@tiscali.it
Dal romanzo Ghostwriter (ma perché non lasciare il titolo originale?) di Robert Harris, Roman Polanski ha tratto il suo ultimo film, presentato all’ultimo Festival di Berlino e insignito dell’Orso d’argento per la regia. L’uomo nell’ombra, questo il titolo italiano, è la storia di un scrittore ombra (un ghostwriter, appunto), specializzato nello scrivere biografie di cantanti e personaggi celebri, che accetta di completare le memorie dell’ex Primo Ministro britannico Adam Lang.
Il ghostwriter, interpretato da Ewan McGregor, raggiunge il Premier, che ha il volto dell’ex 007 Pierce Brosnan, nella sua splendida villa situata sull’oceano. Ma sul suo progetto sembra pendere una maledizione: prima viene derubato di un manoscritto, poi, il giorno del suo arrivo, Lang viene accusato di aver autorizzato la cattura illegale di sospetti terroristi e di averli consegnati alle torture della CIA. Via via che porta avanti il suo lavoro, il ghostwriter scopre che il suo predecessore, che aveva iniziato la stesura del libro, non si è suicidato ma è stato probabilmente ucciso per aver scoperto qualche segreto oscuto sui legami tra Lang e la CIA.
Polanski, coinvolto in problemi ben più pesanti di quelli cinematografici, prende come riferimento Hitchcock e cerca di creare un thriller politico fatto di suspense, inganni e tradimenti. Ne esce un film fiacco, nel quale gli elementi hitchcockiani dell’uomo comune immerso in un’avventura pericolosa e del tema dell’ordinario coinvolto nello straordinario si perdono in una struttura debole e poco convinta. Polanski vorrebbe accompagnare l’ironia alla suspense, ma gli vengono fuori male tutte e due le cose: si ride poco e la tensione non c’è quasi mai, se non nella sequenza del traghetto con la fuga di McGregor dai suoi inseguitori. I temi politici sono appena sfiorati, il personaggio di Brosnan è una specie di Blair con la faccia hollywoodiana, e le concatenazioni narrative non sono sempre cristalline. Spesso sembra di trovarsi ad assistere a un film degli anni 70-80 diretto da Pakula o da Lumet; il problema è che Polanski non porta nessun innovazione al genere rispetto ai predecessori di venti o trent’anni fa. E allora la sensazione più forte che si prova davanti a L’uomo nell’ombra è di inattualità; un’opera tirata fuori da qualche decennio fa e svuotata. Certamente le scene da ammirare non mancano, dallo smascheramento pubblico che ricorda da vicino L’uomo che sapeva troppo alla scena iniziale del ritrovamento dell’auto abbandonata sul traghetto; una scena che si ricollega alla splendida sequenza finale, nella quale Polanski ricorda a tutti le sue immense capacità registiche con un fuoricampo memorabile. Ma la bellezza formale che si ritrova in qualche punto del film non si accompagna a tutto il resto, e allora bisogna tristemente constatare che il cinema di Polanski ha probabilmente perso un elemento fondamentale: la necessarietà.


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