Mine vaganti
Preceduto solo da Alice in Wonderland, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek conquista il botteghino e si rivela un inno alla liberazione da (quasi) tutti gli stereotipi
«Non farti mai dire chi devi amare e chi odiare. Sbaglia per conto tuo, sempre». È con queste queste parole, pronunciate dell’intensa Ilaria Occhini, che Ferzan Ozpetek sintetizza il monito del suo film. Perché Mine vaganti, a tratti macchiettistico e senz’altro poco originale, altro non è che un inno alla varietà del genere umano e un’esortazione a liberarsi dalle costrizioni.
Con un incasso di 2 milioni di euro in soli tre giorni, l’ultimo film del regista turco si attesta come il primo lungometraggio italiano del box office di questo weekend (secondo solo ad Alice in Wonderland, 20 milioni di euro ad oggi), nonché il più riuscito e meno ridondante della cinematografia di Ferzan Ozpetek. Attraverso la reiterazione del tema dell’omosessualità e della difficile prova dell’outing, (la rivelazione pubblica delle proprie preferenze sessuali fino a quel momento nascoste), cara al regista sin dagli esordi (Il bagno turco - Hamam, 1997), Mine vaganti porta in scena l’universale paura di poter rimanere soli, espressa attraverso la costante ricerca di accettazione, fino al sacrificio di sé.
È così che Antonio (Alessandro Preziosi), figlio maggiore di una coppia di industriali, pur di non essere escluso dalla famiglia e deriso dalla società, decide di vivere in segreto il suo amore gay. Tommaso (Riccardo Scamarcio), fratello più piccolo, scappa da Lecce per sperimentare l’omosessualità senza essere visto né giudicato, mentendo addirittura sul corso di laurea. Che entrambi i figli in una stessa famiglia siano gay è la vera sorpresa di Ozpetek, che in questa scelta decide di spingersi ben oltre. Perché se è vero che i due fratelli omosessuali, addidati come i diversi, non sono liberi, ancora meno sembrano esserlo gli altri personaggi dalla vita conformata. Se il padre Vincenzo (Ennio Fantastichini) si chiude in casa per la vergogna (dopo aver elargito sorrisi isterici in piazza, in una delle scene più drammatiche del film), poco felice appare anche la zia Luciana (Elena Sofia Ricci), una zitella alcolizzata che vive nel lontano ricordo delle sue fughe giovanili a Londra. Così come Alba (Nicole Grimaudo), etichettata come la pazza della città (e ormai convinta di esserlo) solo perchè più travagliata nello stringere rapporti umani dopo la morte della madre.
Nessuno, nel mondo rappresentato da Ozpetek, è libero, né felice. Tutti cercano di mantenere ogni cosa com’è, allontanando e non accettando le mine vaganti, i non conformi, capaci di creare solo scompiglio. Anche qui, come per i suoi precedenti film, Ozpetek sceglie di rappresentare i benestanti altolocati, con protagonisti belli e socialmente realizzati, esattamente come lo erano Alessandro Gassman ne Il bagno turco (1997, 3 milioni di euro d’incasso), Stefano Accorsi ne Le fate ignoranti (2000, 8 milioni di euro d’incasso) e Pierfrancesco Favino e Luca Argentero in Saturno contro (2006, 7 milioni di euro d’incasso). Non manca neanche il richiamo al cibo e alla tavola quale rappresentazione della convivialità, ma anche congiuntura per rivelazioni topiche all’interno della sceneggiatura. Ma a differenza dei precedenti, Ozpetek questa volta abbandona le locations romane, da sempre cornice dei suoi film, per trasferirsi a Lecce, splendida e metaforica città provinciale del sud. Ed è qui che il perbenismo borghese tutto italiano, riecheggia, con i suoi stereotipi e modelli, per le vie del centro, tra i tavolini dei bar, nei negozi, dove tutti si conoscono per nome e anche i tradimenti vengono tollerati, a patto che la forma venga rispettata e che siano consumati in nome dell’eterosessualità, molto più accettabile socialmente.
Se già Veronesi, nel 2007 con Manuale d’amore 2, aveva narrato in chiave comica la difficoltà di un padre del sud Italia nell’accogliere l’omosessualità del figlio, attraverso l’esilarante duetto (e macchiettistico) Rubini-Albanese, stessi toni e medesima comicità erano stati esibiti nel recente Cado dalle nubi di Checco Zalone, dove dei genitori di Poligano arrivavano dal figlio a Milano, ignorando le sue preferenze sessuali. Con la stessa farsesca esuberanza, Ozpetek inscena equivoci e gag dal tono brillante, ma li alterna, in modo brusco e imprevedibile, a registri più drammatici e di tornatoriana maniera. Il risultato, ahimé, è quello di apparire pienamente indeciso sul tocco stilistico da perseguire. Ed è questa titubanza la vera pecca del film. Laddove nel finale, attraverso l’escamotage della voce narrante, il regista decide di spiegare, raccontare e dire, tutto ciò che in realtà aveva già mostrato attraverso i gesti e le magistrali interpretazione dei personaggi. I flashback, il funerale, e l’insegnamento morale in chiusura, finiscono per far rasentare quella stucchevolezza, già subita in Cuore sacro o ne La finestra di fronte, fino adesso estranea alla pellicola. Una scelta, questa, probabilmente più commerciale che artistica (non a caso il film è uscito 450 sale), ma che tutto sommato compatiamo, in un film talmente ben girato e concepito, da essere una delle opere più succulente di questa stagione.






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