Il profeta
Premiato a Cannes, Audiard ribalta gli stereotipi del dramma carcerario per raccontare una storia contemporanea di sopravvivenza e sopraffazione
di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it
Arriva finalmente in sala in Italia, dopo ben 9 mesi dai meritati fasti di Cannes (Gran premio della critica) e non solo, Il profeta di Jacques Audiard, una poderosa versione europea e popolare del mito cinematografico dell’ascesa al potere e mette in scena l’incarnazione dell’anti-Tony Montana di Scarface.
Audiard racconta con realismo (e a tratti con slanci surreali) la vicenda del giovanissimo Malik (il bravissimo Tahar Rahim), orfano arabo analfabeta, che appena chiuso in carcere si trova a doversi confrontare con una cosca di feroci corsi e un gruppo sempre più numeroso di arabi. Malik si legherà a Cèsar, il padrino corso interpretato da Niels Arestrup, in un assurdo rapporto privo di affetto che ha l’apparenza di quello padre-figlio, ma che in realtà è fondato sul controllo, la sopraffazione e una logica spietata di utilità/strumentalità. Imparerà a sopravvivere e a sopraffare via via che si sviluppa il racconto diviso in capitoletti biblici, individuati da titoli di kassovitziana memoria (più che tarantiniana).
Il film parte dal genere e dagli stereotipi della rappresentazione cinematografica di alcuni personaggi e situazioni (la banda degli arabi, il padrino feroce, il carcere tutto testosterone) per arricchirli e ribaltarli: Malik è l’opposto del bestiale e ottuso carcerato, ha una straordinaria capacità di adattamento che usa prima per la sopravvivenza, poi per migliorare la propria condizione e infine per acquisire una posizione di potere che rovescia lo status quo delle relazioni che si sviluppano all’interno e all’esterno del carcere. La stratificazione dei vincoli e delle possibilità, il carcere e l’ulteriore segregazione della barriera etnica (per i corsi è arabo e gli arabi lo vedono come un corso), il dentro e il fuori, la realtà e la dimensione mistico-allucinatoria in cui Malik si relaziona con le apparizioni della sua prima vittima (una coscienza che via via scompare?), restituiscono la complessità della condizione in cui l’eroe diventa tale cogliendo le opportunità che gli si profilano man mano, lungo un percorso di apprendimento che lo porta alla presa di coscienza delle proprie abilità in condizioni così estreme. Nasce così l’“uomo nuovo” di Audiard (appena accennato già in Tutti i battiti del mio cuore), un profeta che accoglie la scissione come metodo e sistema per affrontare la realtà, un piccolo grande uomo che diventa l’emblema di una contemporaneità fatta di folli equilibrati, coscienti maniaci e assennati assassini, i quali agiscono senza coraggio né viltà in nome del supremo principio dell’utilità personale inteso indifferentemente come necessità di sopravvivere, incremento del proprio benessere o conquista del potere.





