Guerra e pace
In cima alla classifica, surclassando Avatar, lo spaccato familiare italiano di Giovanni Veronesi e l’epopea di Mandela tratteggiata da Clint Eastwood
di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com
Realtà batte finzione. O forse no? Dopo sette settimane di giganti blu, occhialetti in 3d, acrobazie computerizzate, piante multicolor e animali improbabili, gli adolescenti italiani tutti iPod-grandi fratelli-urla-prime-volte-prime-delusioni, (questa volta insieme ai loro genitori), tornano a furoreggiare la classifica del nostro box-office weekend. E non solo loro.
Ad accelerare il tramonto (inesorabile) del campione di incasso Avatar (3°, con 62 milioni ad oggi), oltre al verosimile Genitori & Figli – Agitare bene prima dell’uso di Giovanni Veronesi (1°, con 2.800.000 di euro in tre giorni), questo weekend ha imperversato anche Invictus, l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood tratto da una storia vera, che, al di là di ogni aspettativa, ha conquistato il 2° posto della classifica (2 milioni di euro in tre giorni).
E se Genitori & Figli – Agitare bene prima dell’uso contiene tutti gli ingredienti tipici della realtà dei nostri tempi, con siparietti cinici e scanzonati, un po’ Tempo delle mele, un po’ Ex, alternati a situazioni conflittuali e credibili capaci di farci identificare senza sforzo nei personaggi, differente appare la cifra stilistica di Invictus.
Mentre Veronesi, contrariamente ai suoi Manuali d’amore 1 e 2 (almeno nel titolo), si limita a dipingere e documentare lo spaccato della famiglia italiana (media?), quale assemblaggio di separazioni, scontri generazionali, uscite negate, liti, amanti e sotterfugi, senza somministrare vere istruzioni di comprensione o riunificazione concreta, Eastwood, portando sul grande schermo Nelson Mandela, di esempi e istruzioni di riunificazione e pace, ne esibisce eccome.
Il Mandela interpretato da Freeman è infatti un uomo talmente immenso per bontà, garbo e intelligenza sopraffina, da farci credere, proprio mentre apprendiamo che anche il televoto della kermesse sanremese è probabilmente truccato, e corrotti e corruttori si mischiano indistintamente confondendoci, che forse il vero Avatar sia proprio lui.
Esterrefatti da un Mandela-Freeman sorridente mentre devolve un terzo del suo stipendio in beneficenza (perché troppo elevato), finiamo per supporre che nuovamente di fantascienza si tratta. Frastornati per i modi gentili e l’inesauribile capacità di perdono, nonostante i ventisette anni trascorsi in carcere, ci convinciamo che davvero Pandora non l’abbiamo mai abbandonata. E quando Madiba-Freeman rifiuta con dolcezza di essere servito dalla domestica per il thé, preferendo fare da solo, ecco che tutto si manifesta con chiarezza: non siamo in Sudafrica e non c’è nessun Ellis Park Stadium di Johannesburg, ma fra qualche istante un Toruk sorvolerà le nostre teste.
Che Eastwood stia vivendo una senilità sublime, con slanci di creatività sontuosi e raffinati è stato ampiamente scritto. Ciò che sembra più evidente con Invictus è l’inesauribile tendenza a non voler smettere di stupirci. Perché, ancora una volta, con tempismo strabiliante, Eastwood ci racconta emozionando, ci appassiona senza retorica, ci educa senza stonature. In un momento storico in cui nulla sembra poterci sbalordire, questo ottantenne californiano, consegna allo schermo la storia vera di un grandioso uomo mai saccente o aggressivo, che ringrazia, sorride, stringe mani, regala poesie, abbatte pregiudizi e unifica l’intera nazione.
Non sappiamo quale fosse stato lo scopo di Eastwood mentre girava Invictus. Ciò che sappiamo è che nessuno può ritenersi esonerato dalla visione. Il tempo di imparare (o ricordare) i valori portanti del nostro mondo è arrivato. Ed è in questo mondo, privo di confessionali, telecamere, foreste animate e codine magiche che stiamo vivendo.
Ma per chi non ne fosse del tutto persuaso, ci sono ancora 280 sale che programmano Avatar, nonché Alessia Marcuzzi, il lunedì, puntuale, su canale 5.

