Alice in Wonderland
Il mago dell’immaginario Tim Burton e la visionaria favola di Carroll: un caleidoscopio di personaggi surreali segnati, non solo per il 3D, da una mirabile profondità
di Cristina Locuratolo
cristina.bibbi@libero.it
Strano ed inevitabile incontro quello tra Lewis Carroll e Tim Burton. Il primo un bizzarro, enigmatico scrittore e matematico dell’Ottocento, con sangue per metà inglese e per metà irlandese, affetto da una fastidiosa forma di balbuzie e con una predilezione per gli indovinelli, i giochi di logica e la fotografia. Il secondo, un disegnatore dallo stile inconfondibile divenuto cineasta geniale, americano con lo sguardo rivolto verso l’Europa, una delle menti più creative del nostro tempo.
L’immaginifico e claustofobico mondo, o meglio “sottomondo” della piccola Alice Liddell (che nel film porta il cognome Kingsley), creatura letteraria di Carroll, rivive grazie al caleidoscopico sguardo di Burton. Impresa ardua per uno dei registi più amati della contemporaneità, riprendere una storia così profondamente radicata nella cultura anglosassone e mondiale, rielaborarne gli aspetti iconografici e approfondire i riferimenti psicanalitici. Ma una storia che è la celebrazione dell’immaginazione non poteva non essere affidata che a Tim Burton, il quale ha cercato di coniugare la tradizione di un’opera così viva nell’immaginario collettivo con l’innovazione delle nuove tecnologie, a cui lui in verità non aveva mai voluto prestare molta attenzione. Nasce così l’attesissimo Alice in Wonderland (firmato Disney), che lungi dall’essere una mera trasposizione del libro, si ispira sia ad Alice nel Paese delle meraviglie che al suo prosieguo. Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, combinando lo stile e la poetica visionaria burtoniana e quello criptico e non sense di Carroll. Innanzitutto, e ciò è evidente, Burton cerca di restituire umanità ai personaggi surreali creati dallo scrittore inglese: non una semplice carrellata di “weird characters” ma personalità complesse e spesso contraddittorie. A cominciare dal Mad Hatter alias Johnny Depp; uno sguardo triste sotto il gigantesco cappello rivela tutta la tragicità di un personaggio emotivamente disturbato, che passa da momenti di improvvisa ilarità ad altri di pericolosa rabbia. La grandezza di Depp sta nel mostrare la “madness” di quest’uomo dalla personalità multipla che continua a porsi domande senza senso («Perché un corvo assomiglia ad una scrivania?») o a cercare parole che iniziano con la lettera “M”, in un modo non ingombrante o macchiettistico, ma con levità e grazia, facendosi percepire la fragilità, la tristezza, dell’inconsapevolezza (o quasi) di qualcosa che non va nella propria mente. Degna di nota anche il personaggio della Red Queen, una meravigliosa Helena Bonham Carter, perfida sovrana col vezzo di tagliare la testa a chiunque perché, in realtà, odia la sua che è troppo grande. Una dittatrice terribile che vive in perenne competizione con una sorella graziosa e ben voluta dai propri sudditi, la Regina Bianca (una ironica e marmorea Anne Hathaway).
Ma al di là della caratterizzazione dei personaggi, che sono il vero punto di forza della storia di Alice, c’è da dire che il regista ci regala momenti di autentico “burtonismo”. A cominciare dall’incipit, con il simbolo dell’amata Londra in primo piano, un Big Ben più gotico che mai, alle scene iniziali in cui un’Alice (l’australiana Mia Wasikowska) ormai diciannovenne partecipa a un party esclusivo pieno di ipocriti ricconi e gentlmen per niente raffinati dove verrà chiesta in sposa da un giovane insulso e conformista. Per poi arrivare al momento clou, ossia l’entrata del Bianconiglio tra i cespugli fino al precipitare di Alice nella sua tana verso Wonderland. La discesa verso il Rabbit Hole è un viaggio attraverso i ricordi di Alice, ma anche i nostri. Ritroviamo oggetti della nostra infanzia e come un lungo flashback riaffiorano altri momenti cinematografici che hanno accompagnato la nostra tenera età, dal Mago di Oz quando Dorothy è nella sua stanza e si dirige verso “over the rainbow” alla stessa Alice disneyana del 1951.Da allora però la piccola Alice è cresciuta, è diventata una giovane donna che deve prendere in mano la sua vita e si sente smarrita e confusa. Il ritorno a “underworld”, che lei da piccina chiamava “wonderland” le servirà per riconnettersi col suo vero “io” e per tracciare il suo destino.
Wonderland riletta dallo sguardo di Burton contiene elementi già presenti nella sua filmografia, è come se il regista rimescolasse la fantasia, riproponendoci, in un modo neanche troppo celato, piccoli frammenti dei suoi film, da Edward Scissorhands a La sposa cadavere passando per Sleepy Hollow. È senza dubbio nel design dell’immagine, nella cura del dettaglio che Burton dà il meglio di sé, e soprattutto nella contrapposizione dei mondi, tanto cara al regista nelle sue opere: qui abbiamo da un lato il mondo rosso tutto a cuori della terribile Regina con il suo esercito di carte delizioso e dall’altro il regno tutto bianco, fatto di marmo, con alberi di fiori di pesco e paesaggi mozzafiato, e una schiera di soldati composta da gigantesche pedine della scacchiera. Perfetti anche tutti gli altri personaggi di “contorno”, a cominciare dall’evanescente Stregatto, il più riuscito di tutti, e dal “fumoso” Brucaliffo. Squadra che vince non si cambia: nel film ritroviamo anche l’immancabile alter ego musicale di Burton ovvero Danny Elfman, le cui musiche si integrano pefettamente con il sottomondo e i suoi personaggi, ma anche le altre soundtracks non deludono le aspettative, in primis Alice di Avril Lavigne (anche se la magia delle note e dei cori di Elfman è difficile da eguagliare).
Trovare una pecca a questo film è difficile, ma è anche vero che io sono di parte. Ho trovato il 3D superfluo, perché non è un film che si basa sull’effetto. Non ho apprezzato particolarmente la sfumatura fantasy che ci ha mostrato un’Alice paladina del regno come Atreiu ne La storia infinita. Forse il film è stato penalizzato sia dallo smisurato battage pubblicitario del film che dal finale già anticipato nelle primissime scene. Perché sì è vero che conosciamo tutti la storia, ma è altrettanto vero che la rilettura di Burton doveva rimanere una sorpresa. È probabile, inoltre, che il regista abbia dovuto trovare un compromesso con la Disney per questo film, a discapito del suo estro creativo. Ed è davvero un peccato, perché Tim avrebbe esplorato ancora più a fondo l’aspetto criptico, quello più oscuro, psichedelico, claustrofobico, “non sense” della storia (da intendersi come molteplici livelli di senso e non senza senso!). Un’Alice smarrita nella propria fantasia come Edward Bloom in Big Fish. Un’Alice che riporta il sogno nella realtà e la realtà nel sogno con la stessa leggiadria di una danza nella neve come in Edward Mani di Forbice o sotto una pioggia di fiori come in Sleepy Hollow. Una eterna fanciulla resa immortale dalle storie incredibili che abitano in lei.


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