Invictus
Mandela e il mondiale di Rugby del ‘95, simbolo della lotta al razzismo: una storia vera resa ancor più speciale dall’inconfondibile tocco di Clint Eastwood
di Angelo Mozzetta
angelomozzetta@tiscali.it
Tratto dal libro Ama il tuo nemico di John Carling, ecco a voi Invictus (che in origine doveva chiamarsi The Human Factor), ultima ed attesissima fatica di Eastwood, storia vera su come un Mandela (Freeman) da poco presidente e Francois Pienaar (Damon), flanker sinistro e capitano della Nazionale Sudafricana, si unirono per combattere i giganteschi strascichi di razzismo del dopo-apartheid, grazie allo sport di squadra per eccellenza: il rugby. È la vittoria di un presidente che ha rischiato tutto politicamente dove nessuno avrebbe mai immaginato di puntare, come lui stesso ammise. Non lasciamoci ingannare dalla trama: non è un film sportivo, tantomeno un’agiografia.
Invictus è la trasformazione di un’icona dell’Apartheid, la maglia verdeoro degli Springbok, in simbolo di fratellanza e unione nazionale, che nasce dall’intuizione di una delle menti del secolo, Nelson Mandela, passa per le forti braccia di Pienaar e compagni, e arriva al cuore di un’intera nazione: 62.000 allo stadio in finale contro la Nuova Zelanda, tutti gli altri, bianchi e neri, fra radio e televisione. E, come ha detto Damon: «La cosa più bella è che è successo davvero».
Eastwood dice di limitarsi a prendere i migliori artisti e tecnici, metterli in grado di dare il meglio e prendersi tutto il merito: è la modestia dei grandi. La mano del regista è sempre presente nello sviluppo dei personaggi con un occhio sempre puntato sul quotidiano: mostra Mandela, oltre che come guida spirituale, nelle sue piccole e private debolezze e sofferenze, Pienaar nel suo sentirsi solo un piccolo rugbysta di fronte a grandi trasformazioni sociali anche nei confronti dei suoi compagni di squadra, gli stessi sostenitori di Madiba come neo-razzisti al potere, incapaci di accettare i bianchi e il loro rugby. E ci regala immagini toccanti, ricostruite quasi tutte nei luoghi originali, alternate a quelle di repertorio: su tutte la visita a Robben Island da parte della Nazionale, dove Madiba è stato prigioniero 27 anni. Inoltre, la sua elezione a presidente, in campo con la maglia di Pienaar il giorno della finale, il diventare tifoso ed esperto di rugby in qualche mese sorprendendo i giocatori stessi. A racchiudere l’intera storia, ormai leggenda, l’immagine di apertura e quella dopo i titoli di coda: vedere per credere, le parole non gli rendono giustizia. Viene anche un dubbio: che la parte del rugby giocato, con il risultato scontato, sia la più noiosa?… Paradossi a parte, la ricostruzione delle azioni di gioco è curata ai limiti della maniacalità, grazie anche a un consigliere d’eccezione: Chester Williams, ala chiusa e unico giocatore nero di quel Sudafrica. Inoltre la Haka dei leggendari All Blacks in finale e il gigante centometrista Jonah Lomu che, oltre che uomo di punta degli avversari, è il giocatore-simbolo del passaggio al moderno rugby professionistico: gli appassionati riconosceranno, sulla televisione di un pub, la sua mitica meta nella semifinale contro l’Inghilterra, quando asfaltò letteralmente il malcapitato Tony Underwood. Cast eccezionale, in cui brilla di luce propria un Morgan Freeman/Mandela approvato già 16 anni orsono in un’intervista da Madiba stesso. Bene il puntiglioso ed espressivo quanto può Damon, e tutto il cast di contorno, a partire dallo staff e dalle guardie del corpo di Mandela. Progetto particolarmente sentito dal regista che, strano a dirsi per lui, a volte rischia addirittura di essere retorico.
Di epiche citazioni è piena la pellicola, chiudiamo allora con una frase non presente nel film, di Joost Van der Westhuizen, allora mediano di mischia (per i profani: è quello che introduce e rigioca il pallone che esce dalla mischia): «Il razzismo è l’intuizione di una persona in Sud Africa, alimentata dai mezzi di informazione. Per fortuna sappiamo qual è la verità e l’unico modo per dimostrarla è il campo».


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