The Hunter (Shekarchi)
I mille volti del conflitto politico in Iran nel coraggioso tragico film di Rafi Pitts in concorso a Berlino
di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it
Ali è uscito da poco di prigione e lavora a Tehran come guardiano notturno in una fabbrica: questo lavoro gli permette di mantenere la moglie Sara e la piccola Saba, la figlia, con cui riesce a trascorrere pochissimo tempo. Lamentarsi e chiedere il turno di giorno però non serve a nulla nella sua condizione di pregiudicato. L’unico svago che Ali può concedersi è la caccia.
Un giorno, rientrando a casa dal lavoro, Ali non trova moglie e figlia e quando si rende conto che è ormai inutile aspettarle decide di rivolgersi alla polizia. È il caos – siamo alla vigilia delle elezioni del 2009 – e Ali scopre solo dopo qualche ora che la moglie è stata coinvolta in uno scontro a fuoco tra la polizia e i manifestanti ed è morta, mentre della figlia non c’è traccia. Ali si mette alla ricerca di Saba, ricerca che si conclude nella disperazione quando viene di nuovo chiamato dalla polizia a riconoscere il corpo della piccola. A questo punto Ali comincia a vagare in auto per la città e dall’alto di una collina spara contro un’auto della polizia uccidendo due agenti. Poi fugge nella foresta a nord di Tehran, ma la polizia è sulle sue tracce e lo segue nel folto del bosco finché due agenti non lo arrestano. I tre sono persi nel bosco, e nella nebbia, per l’ex galeotto Ali, prenderà corpo una nuova prigionia dai connotati mitici .
Torna a Berlino l’iraniano Rafi Pitts (già in concorso nel 2006 con It’s Winter), con un film radicale, di immagini e azione, a tratti elegantissimo e lirico, potente. Il protagonista (interpretato dal regista stesso, il che attribuisce valenza ulteriore a tutta una serie di passaggi e all’intera vicenda che lo costringe in una trappola kafkiana) vaga nella metropoli tra autostrade e cemento, foschia e proclami radiofonici di regime, urla di manifestanti, ambienti consunti, tunnel di raccordi autostradali, corridoi di questure e obitori, il tutto dominato dal colore verde (del movimento anti-regime). Un film che non è un proclama politico, ma è profondamente politico, ancor più perché propone un punto di vista inedito sulla difficilissima attualità iraniana, tanto che, in parte prestandosi al fraintendimento, in equilibrio tra la presa di distanza da un giudizio preconcetto e il tentativo (riuscito) di far sorgere con forza le domande chiave che lacerano la società iraniana contemporanea, ha generato anche già in conferenza stampa a Berlino una strisciante polemica sulla presunta incapacità/non-volontà di sostenere con sufficiente forza la denuncia del regime dell’Ayatollah Khamenei e del suo presidente Ahmadinejad.
Oltre a dirigere, lei ha anche interpretato il protagonista del suo film. Da dove nasce questa scelta?
«Succedono talmente tante cose quando giri un film che bisogna essere realistici, confrontarsi con quello che succede: avevo una sceneggiatura che difficilmente sarebbe stata autorizzata e che invece ha ottenuto l’autorizzazione; avevo un attore che si è dimostrato assolutamente inaffidabile già dal primo giorno di riprese e mi sono reso conto che se avessi continuato con lui avrei rischiato di non finire il film… Se volevo fare il film, dovevo accettare di stare anche davanti alla macchina da presa. E l’ho fatto, perché il film era per me la cosa più importante in assoluto».
L’aspetto politico è preponderante e il film risente profondamente degli avvenimenti del periodo in cui è stato realizzato.
«Tutto quello che si vede, tutti gli eventi che riguardano la situazione in Iran sono qualcosa a cui il mio film vuole certamente fare riferimento. Ma non ho fatto un film avendo in mente un unico obiettivo, un’unica linea guida: non c’è solo la politica, ma diversi altri livelli. Ho cercato di arricchire il film dandogli il più ampio respiro possibile. La situazione in cui si trova il protagonista può accadere in molti Paesi, tende a essere universale in qualche modo. È chiaro che quando il conflitto si è inasprito ho “sentito” e risentito di questi eventi, ne sono stato addolorato, ovviamente li disapprovo fermamente, ma il mio lavoro di filmmaker è quello di prendere il polso della situazione, analizzarla, fare domande e non dare risposte, perché non è quello il mio lavoro. Amo i puntini di sospensione, ne sono ossessionato: non mi piacciono le frasi compiute. Non voglio lanciare messaggi, ma lasciare aperte le questioni, fare domande su ciò che accade al protagonista, su chi si sente represso, su chi non può esprimere se stesso. Vengo da un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni e il restante 30% ha vissuto durante la rivoluzione, durante una guerra che ha fatto un milione di morti, e a cui io non ho preso parte. L’Iran è governato da un gruppo che ha preso parte alla guerra, ma la maggioranza del Paese non è legata a quella stessa guerra: è chiaro che c’è un conflitto. Condanno fermamente il regime, ma credo anche che non ci siano risposte nette e che di certo non arriveranno dal conflitto in atto: è facile odiarsi, molto più difficile è tentare di capire le ragioni delle parti in causa e comporre pacificamente il conflitto. Nel film ognuno agisce secondo il proprio punto di vista e ognuno, dal proprio punto di vista, fa tutto ciò che gli sembra giusto: c’è il poliziotto in servizio di leva, quello che invece lo fa per scelta e un uomo che ha perso tutto e vuole vendetta, ma quando uccide lo fa casualmente. Non ammetto l’omicidio e non ammetto che si giudichi la gente dall’uniforme che porta: è estremamente pericoloso vivere in una società che fa questo».






[...] tutto inesorabilmente male in The Hunter, l’ultimo film di Rafi Pitts. Non c’è un sorriso, non c’è la luce del sole, nemmeno la [...]