Io, il mostro
Nei panni dell’Uomo Lupo nel film di Joe Johnston, Benicio Del Toro si racconta a Filmaker’s in un’intervista esclusiva
di Francesco Cinquemani
francesco.cinquemani@gmail.com
Hai interpretato tanti film. Ne produci uno ed è sui licantropi. Perché?
«Mi sono sempre sentito diverso. Mi è capitato spesso nel corso della vita. Intanto perché sono portoricano e sono cresciuto negli Stati Uniti. Sono un emarginato, faccio parte di una minoranza. Sono di razza latina, sono cattolico. Ho un grande senso di colpa che mi deriva dalla consapevolezza del peccato originale. Mi sono spesso sentito un mostro. È successo anche di provarlo all’interno della mia famiglia».
Quando?
«Nell’istante esatto in cui ho detto che volevo fare l’attore. Mi hanno trattato come un pazzo. E in effetti bisogna essere folli per fare questo lavoro. La gente normale neanche lo considera un mestiere».
Ti senti un mostro.
«Sì, (sorride) più spesso di quello che puoi pensare… un mostro e un emarginato».
Anche ora?
«Sì, non hai una vita normale. A volte non puoi nemmeno passeggiare per strada da solo».
Come scegli se interpretare un ruolo?
«Ci sono tre fattori che mi aiutano e che sono determinanti. Il copione, il regista e gli altri attori. Se due dei tre elementi sono validi, allora l’alchimia può portare a un buon film. Una buona storia con bravi attori. Un buon regista con una storia che funziona e attori scarsi può anche fare un capolavoro. Un buon regista senza una storia che regge e gli attori giusti, può forse riuscirci una volta, ma sarebbe un colpo di fortuna. Il vero problema in questo campo e a Hollywood è trovare una buona storia. È la cosa più difficile in questi tempi. Tanti registi bravi, tanti attori validi e così poche storie».
Così può capitare di rivolgersi al passato.
«È vero in The Wolfman, la storia funziona, andava bene negli anni 40. E regge ancora ai nostri tempi. È una grande favola nera. È romantica e horror insieme. È un archetipo. E poi ha un grande personaggio».
L’uomo lupo. Ti affascina?
«Sì, fin da piccolo è stato sempre il mio mostro preferito. L’idea da cui è nato il film era di rendere omaggio al Wolfman del 1941 con Lon Chaney Jr di cui io sono sempre stato un grande fan. È stato il primo film dell’orrore che ho visto in vita mia. Gli altri si travestivano da Dracula, da Frankenstein, da Zorro, ma io da bambino ero il lupo, il lupo mannaro. Sempre il lupo. Lo sentivo vicino. Lo capivo. Era parte di me».
Perché?
«Forse perché era il mostro del popolo. Non era nobile o borghese. Non era frutto di un esperimento sfuggito al controllo».
Era una manifestazione del folclore popolare…
«Sì, addirittura zigano». (Ride)
Nel film si vede questo amore. Il classico Universal è affrontato con un rispetto oserei dire filologico.
«Sì, volevamo dargli quell’atmosfera retrò. Non stravolgerne né attualizzare il mito».
È pieno di citazioni anche da altri film, tipo…
«Sì, Il lupo mannaro di Londra, Il mistero del Tibet…».
Ma anche da altri film. Mi è sembrato di vedere un omaggio anche a un vecchio film inglese, di Terence Fisher, con Oliver Reed.
«L’implacabile condanna. Sì è il mio preferito. Sei il primo che se n’é accorto».
Hai perfino la stessa frangetta di Oliver Reed e la stessa…
«Camiciona bianca (ride). Che dici gli assomiglio un po’…?».
A tratti sembri lui. Pure nello stile di recitazione.
«Mi fa piacere. Lo prendo per un complimento. Era un grande».
E altri attori? I tuoi preferiti?
«Beh, prima c’era Mastroianni, ma se n’è andato. Poi c’è stato Brando e ci ha lasciato anche lui. Ora c’è rimasto solo Jack».
Nicholson…
«Sì. È il più grande al mondo. Ci sono tanti attori. Grandi attori. C’è De Niro, c’è Pacino, c’è Hopkins. Loro sono grandi. Ma Jack è Jack. È unico».

