Prove di felicità a Roma est
Vite di periferia nella capitale della nostra società multietnica e precaria: al suo romanzo d’esordio, lo sceneggiatore Roan Johnson si racconta, tra sogni letterari e progetti cinematografici
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
Se dovete fare una scelta originale, che non sia scontata e che a sorpresa vi catapulti dentro un mondo che è quello di tutti i giorni ma che poi ve lo fa guardare con occhi diversi facendovi ridere, arrabbiare, commuovere… insomma se volte un po’ di vita vera allora andatevi a leggere Prove di felicità a Roma est di Roan Johnson. Romanzo che ha il raro dono della leggerezza e una sana dose di incoscienza, collocandosi piacevolmente fuori dal coro del sentimental-mieloso-giovanilistico da pseudo diario. No, questa è un’altra storia, quella di Lorenzo Baldacci, ventenne arrivato a Roma da un paesino toscano per prendersi un diploma in una scuola privata dove se paghi te lo regalano; ma è anche la storia di Samia, ragazza italo-marocchina che fa la cameriera nella stessa pizzeria dove Lorenzo fa il pony. E poi è la storia della periferia di Roma, quella del titolo, popolata da tante tribù e da tanta vita che corre sull’asfalto pieno di buche, dove fare qualche botto può succedere e forse, sembra strano a dirlo, qualche volta fa pure bene.
Opera prima di un ragazzo di Pisa, Roan (è italiano nonostante il nome, padre inglese, madre di Matera, e forse lui s’è pure rotto di sentirlo dire ogni volta), che fa lo sceneggiatore. L’abbiamo incontrato per parlare del suo romanzo.
Prove di felicità a Roma est è una storia che parla di ragazzi e ragazze ma esce fuori dagli schemi consueti sui cosiddetti “giovani adulti”. È una storia che volevi raccontare o è qualcosa che ti riguarda più da vicino?
«Prima di tutto è una storia che avevo dentro da anni e che in qualche modo ho sentito crescere dentro di me, finché ho capito che ero pronto per scriverla e ho iniziato. Questo lavoro di scrittura ha avuto su di me anche una funzione che potremmo dire terapeutica. Però è anche vero che il personaggio di Lorenzo, che è quello che narra la storia, è un punto vista. Un punto di vista sulla città e sulla ragazza di cui s’innamora. Samia è il personaggio più importante del romanzo, ma anche lei è uno sguardo diverso sulla nostra realtà. In questo senso la città, Roma, diventa un simbolo, una prefigurazione del nostro futuro, un osservatorio sul presente e sul domani, per cercare di capire come si svilupperà la convivenza sociale e intima tra persone di diversa estrazione e provenienza».
In molti romanzi italiani capita che le città in cui sono ambientate le storie non siano mai nominate. Tu non te ne sei fatto un problema e Roma l’hai infilata già nel titolo.
«Io sono di Pisa ma vivo a Roma da dieci anni e ho sempre abitato più o meno nelle zone dove è ambientato il romanzo. Quello che vede Lorenzo – anche lui viene dalla Toscana, ma da un paesino più favolistico – è quello che ho visto e che vedo tutt’oggi. Credo che raccontare Roma attraverso gli occhi di chi viene da fuori sia anche un’esigenza».
Tu scegli la periferia in un momento in cui le periferie sono luoghi poco raccontati, invece in Prove di felicità a Roma est la periferia diviene luogo nevralgico di storie, un po’ come faceva Pasolini.
«Il paragone mi commuove e certamente, se si va nel centro storico, Roma è la città più bella del mondo. Poi come se ne esce incontri una periferia che è brutta ma che ha un suo fascino che deriva dal pulsare della vita che ha dentro. L’umanità che popola questi luoghi è viva, non rassegnata, magari tutto è un casino ma ci si riesce a stare perché fatta di sensazioni. E poi è proprio in questa periferia che sta nascendo il futuro, quell’esperienza di convivenza tra tante realtà. Altri luoghi simbolo di questo esperimento sono già passati nell’immaginario come luoghi multiculturali, e a Roma penso a Piazza Vittorio, ma è nella periferia che circonda la città che va cercata la nuova linea di confine della realtà».
La scena che mi ha colpito di più è quella in cui Lorenzo consegna la pizza a una guardia notturna, e si accorge che è la sua professoressa di chimica, con la quale trova una sintonia particolare.
«Esatto, e il punto è che Lorenzo inizialmente non se ne rende conto: è un suo amico che gli spiega che la professoressa così facendo può fare il tempo pieno nella scuola privata per due soldi ma guadagna più punti in graduatoria, e la stessa cosa succede alla proprietaria della pizzeria in cui lavoro, che è piena di debiti e paga in nero ma almeno così facendo non licenzia nessuno. Siamo dentro una follia, ma il problema non sono le persone, i singoli, ma l’ambiente che sta intorno che è fuori controllo e cerca di manipolarci facendoci fare cose assurde. Per cui la professoressa diventa amica di Lorenzo, ma allo stesso tempo sta fregando qualche altro disgraziato cercando di soffiargli via il posto. In questa storia non volevo delle vittime, non ho voluto ridurre tutto alle solite categorie di buoni da una parte e cattivi dall’altra, mi premeva scoprire le varie sfaccettature di ciascuno, ognuno con pregi e difetti, ma pur sempre gente che prova ad andare avanti».
Roan tu sei uno sceneggiatore: in un modo o nell’altro questo ha influito sulla tua scrittura?
«Ho letto poco fa un aneddoto su Francis Scott Fritzgerald che si lamentava di come i produttori hollywoodiani cambiavano sempre i dialoghi delle sceneggiature che scriveva e chiedeva aiuto a Billy Wilder perché gli insegnasse a scriverli. Io avevo questa storia e l’ho tirata fuori. Il processo di scrittura per una sceneggiatura ha un procedimento per immagini con scelte più nette e condizionanti, mentre a me serviva un flusso di coscienza. Poi il cinema è una macchina durissima dove bisogna confrontarsi con altri: quando Paolo Virzì mi chiese di dirigere un episodio di 4-4-2, ne sono uscito stravolto. Un lavoro durissimo. Però è ovvio che qualcosa dello sceneggiatore c’è: quando ho iniziato a far leggere il romanzo tutti si complimentavano per i dialoghi, e questo per chi scrive sceneggiature è pane quotidiano».
Pensi a un film tratto dal tuo romanzo?
«Mentre scrivevo non ci volevo pensare anche per non crearmi aspettative. Con questo non voglio dire che mi dispiacerebbe, ma non vorrei dirigerlo io, mi sembrerebbe un gesto quasi incestuoso. Quando prendi una storia da un romanzo, alla fine sei costretto a fare scelte, tagliare pezzi di storia, rivedere i personaggi, e qualcosa lo bruci sempre. Scrivere un romanzo ti apre una pianura da cavalcare, ma allo stesso tempo è un inferno rispetto alla scrittura di un film, perché sei lì, da solo con il tuo mondo e basta».
Hai progetti per il futuro?
«Per quanto riguarda la scrittura, ho un paio di idee, ma al momento sono preso da un film che dovrei girare a maggio se tutto va bene».
Ci puoi accennare qualcosa?
«Non è una storia mia, parte da un fatto realmente accaduto a Pisa il primo giugno del 1970. Inizialmente volevamo farne un documentario, ma poi un produttore se ne è innamorato e ne ha voluto fare un film. Ci sono questi tre amici, dei ragazzi, che ricevono una soffiata da alcuni esponenti del movimento studentesco che gli dicono di dormire fuori casa per due o tre giorni perché ci sarà un golpe. Allora questi tre decidono di andare verso il confine con l’Austria e mentre lo fanno vedono i mezzi dell’esercito che vanno verso Roma… e non dico di più, solo che questi tre amici non fanno attenzione alle date».
Hai fatto la prova libreria con il tuo romanzo?
«Ancora no, non riesco a entrare e chiederlo o cercarlo, mi ci vogliono due giorni a decidermi di leggere le recensioni, su queste cose sono timido, ma prima o poi lo faccio».





