Scusa ma ti voglio sposare
Torna la coppia Raoul Bova e Michela Quattrociocche, diretta da Federico Moccia. Tante pecche e qualche miglioramento, per una storia che troppe volte non rispecchia la realtà
di Elena Mandolini
mand.mae@libero.it
La storia d’amore fra Alex e Niki prosegue senza intoppi; si trovano così in sintonia che iniziano una sorta di convivenza. Alex, capendo quanto sia importante per lui, le chiede di sposarlo. Come un uragano la vita della coppia verrà stravolta fra genitori apprensivi, soprattutto il padre di Niki, e le saccenti sorelle di Alex. Attorno ai due promessi, si intrecciano le storie, le delusioni ed i colpi di scena delle vite dei loro più cari amici. La coppia sembra resistere, finché non entra in scena Guido.
Federico Moccia è arrivato persino ad auto citarsi. Durante un viaggio a Parigi, Niki magicamente tira fuori dal suo zaino un lucchetto; per sua stessa affermazione, anche lei vuole suggellare così il loro amore, come in un certo film. Va bene che anche i grandi registi si divertono a giocare con le proprie pellicole, basti guardare anche Avatar con esplicite citazioni di Alien ma Moccia non se la prenda, lui non è James Cameron. Anche se vengono fatti dei progressi, molte pecche dei film precedenti restano anche in Scusa ma ti voglio sposare. Se un tempo c’erano Cenerentola e Biancaneve a farci vivere una fiaba, adesso ci sono le storie di Moccia. Principi azzurri, in questo caso un attempato ma sempre affascinante Raoul Bova, che chiedono di sposarti facendo scrivere la fatidica domanda sui ponti di Parigi, giovani ventenni che accettano di buon grado gravidanze improvvise, scene madri su di un palcoscenico davanti alla folla in delirio: troppo inverosimile, troppo distante dalla realtà. Se l’obbiettivo del regista è appunto far vivere una favola moderna alle adolescenti di oggi, vi riesce solo a metà. Dialoghi a volte che rasentano l’inverosimile, rappresentando pensieri di adolescenti così scarni, che è assurdo crederci: sicuramente hanno in testa più di quanto non venga dimostrato nel film. La storia di Diletta è quella che getta più sconcerto; un tema importante, che qui non sveliamo per rovinare il film, viene raccontato con così tanta superficialità e leggerezza, che a tratti infastidisce.
Il merito, così anche il miglioramento rispetto a lavori precedenti, è di creare un film corale, dove tutti raccontano in prima persona la loro storia, cercando così di entrare nella psicologia di ogni personaggio. Alternare le storie dei giovani ventenni con quelle di quarantenni in crisi ben equilibra il film che altrimenti sarebbe un concentrato melassa e irrealtà. Non a caso le storie meglio scritte, e interpretate, sono proprio quelle che vedono protagonisti Francesca Antonelli, Rossella Infanti e Francesco Apolloni. Strada, questa di un doppio filone, già testata da Moccia in Amore 14, dove si parla sia di ventenni, che di adolescenti. Connubio, comunque, meglio riuscito in questo film.
Fra gli attori bravi anche Cecilia Dazzi e Pino Quartullo, con uno sguardo a Michela Quattrociocche, che riesce a convincere il pubblico. Le musiche sono sempre quelle più famose ed orecchiabili, al punto tale che inevitabilmente si battono i piedi a tempo.
Attenzione, infine, al “momento Muccino”: tutti corrono, ma almeno nessuno urla.

