La bocca del lupo

La bocca del lupoUna toccante storia d’amore, un documentario memorabile: arriva in sala in film vincitore del Torino Film Festival, in concorso nella sezione Forum alla Berlinale

di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com

Genova è un crocevia. Porto di mare tra i più trafficati, ospita una babele di facce, lingue e accenti. Vertice del cosiddetto Triangolo industriale, contribuisce per decenni, in maniera decisiva, a trainare l’economia dello Stivale, il quale aveva cominciato a prendere forma proprio con la Spedizione partita da un sobborgo della città dalla Lanterna, quel Quarto dei Mille dove si apre e si chiude il nuovo film di Pietro Marcello.

Non poteva esserci location migliore per la struggente storia d’amore di Enzo, immigrato dalla Sicilia, e Mary, transessuale serena, in pace con il proprio corpo. Si conoscono in carcere, lui è dentro per avere ferito un poliziotto, lei per qualche grana legata alla sua tossicodipendenza. Si incontrano e non si lasciano più, nonostante lui debba trascorrere dietro le sbarre metà della sua esistenza. La sua amata lo aspetta pazientemente.

Nel frattempo, il regista si sofferma sulla città che fu di Fabrizio De André: impossibile non pensare al compianto cantautore quando si incontrano i luoghi di un’umanità ai margini, le fabbriche dismesse, la rete ferroviaria che attraversa quel mondo desolato; soprattutto quei vicoli abitati da criminali e prostitute. La scritta Via del Campo sullo sfondo è solo il suggello: ci eravamo acclimatati da tempo, nelle creuze abitate dalle Bocca di Rosa e le Princesa.

Ma l’autore in seguito abbandona la città al suo destino e torna a parlarci dei nostri eroi. Dopo aver disseminato la pellicola di indizi, raccolto e ordinato tutto il materiale che serviva, dai documentari d’epoca dell’Ansaldo o dei registi che gli hanno passato il testimone dopo averlo portato per tutto il Novecento, fino ai nastri registrati dai due amanti per comunicare di nascosto in cella, tira le fila del discorso con una lunga inquadratura frontale, dove Enzo e Mary confessano tutto ciò che è stato fin lì taciuto.

Marcello, soli trentaquattro anni, anche direttore della fotografia, regala insomma una pietra miliare alla storia del documentario italiano. Passa per la lezione di Alina Marazzi, che giustamente ringrazia nei titoli di coda, ma arriva a una cupa bellezza visiva degna delle migliori opere di non-fiction di Sokurov, senza tuttavia aver bisogno di deformare l’immagine. Mentre la voce over che ci suggerisce che vicende e persone del film appartengono ormai a un’epoca passata rende il tutto ancora più poetico e commovente.

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