Lourdes
Dalla regista austriaca Jessica Hausner uno splendido pellegrinaggio laico attraverso gli umani misteri della fede e della speranza e il volto profano del sacro
di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it
Parlare di religione e di fede senza cadere negli stereotipi. Evitare esaltazione e idealizzazione del messaggio cristiano allo stesso tempo fuggendo le semplicistiche critiche figlie di un anticlericalismo superficiale. Arduo compito per chi ha come strumento di narrazione le immagini, spesso difficili da gestire semplici da enfatizzare senza controllo, retoricamente in un senso o nell’altro.
Lourdes con le sue atmosfere rarefatte, i pochi suoni di ambiente, una colonna sonora che stupisce per semplicità e bizzarria, i dialoghi a volte lenti ma profondi, gli sguardi insistiti occhi negli occhi, ha la capacità di scorgere nel profondo di personaggi complessi, emozionanti, a tratti antipatici, ma di sicuro molto vicini alla realtà. Il terzo film della regista austriaca Jessica Hausner è un film emozionante, disilluso, commovente.
Dal Festival di Venezia a quello di Rotterdam ha stupito il pubblico per la sua struttura solida, la sua disincantata visione del fenomeno religioso, la sua apertura alla fede ma con realismo e misura. Senza diventare didascalico, senza essere troppo cinico, senza schierarsi e farsi film pro o film contro. Lourdes fa riflettere su quanto dolore e speranza ci sia dietro un pellegrinaggio in un luogo sacro, ma allo stesso modo quanto di finto e di posticcio si possa incontrare compiendo il medesimo percorso, sia tra le persone che condividono il cammino, sia sui luoghi del cammino stesso.
Ci vuole capacità di discernere e fiducia nell’ignoto, ci vuole grande forza d’animo e coraggio, questo sembra comunicare lo sguardo di Christine poco credente, con un cappello rosso come aureola e un impermeabile come stola, eppure miracolata, apparentemente guarita e capace di abbandonare la sua sedia a rotelle per tornare a danzare. Ma si tratta davvero di una forza divina che l’ha rimessa in piedi? È un luogo davvero così sacro e santo la grotta dove la giovane Bernadette vide la Signora vestita di bianco?
La giovane malata di sclerosi multipla che preferisce le visite culturali, Roma più che Lourdes, ha lo sguardo di chi ha dovuto rinunciare, di chi vorrebbe ma non può, e appena in lei si riaccende una scintilla di speranza vi si aggrappa con tutte le forze. Niente di razionale nella sua rinascita, ma neppure niente di miracoloso, solo voglia di credere di poter sopraffare il destino, non importa se grazie alla scienza medica o alle abluzioni di acqua santa.
Quello che più risalta nel carattere della protagonista è la sua capacità di non arrendersi. Forse il vero messaggio cristiano cattolico non si distacca molto da quello che la regista vuole comunicarci con questa sua opera. A ben guardare la speranza è il motore della fede cristiana (oltre al mistero), ma ciò non tragga in inganno, la speranza è prima di tutto il motore della vita umana, e per questo Lourdes è prima di tutto un racconto laico la storia di una giovane donna, non di una nuova santa.
Non a caso barzellette su Gesù, la Madonna e lo Spirito Santo si mischiano con messe solenni e canti di lode, gli amori fugaci con le professioni di fede, i pettegolezzi con le preghiere, perché si può crederci o no, ma il tremendamente umano e l’incredibilmente divino convivono per forza in ciascuno di noi, se non come credenza sicuramente come retaggio culturale del mondo occidentale.
Quello che di sicuro però caratterizza la natura di ogni individuo è la voglia e il bisogno di migliorare se stessi e la propria vita con tutte le forze, e quello che vuol raccontarci Lourdes forse, è proprio questa necessità.





