Afterschool

AfterschoolIl ritratto dell’homo videns di Antonio Campos apre inquietanti interrogativi sulle incontrollabili devastazioni prodotte dalla moderna società dell’immagine

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

Ancora l’incombenza del Grande Fratello? Non proprio: stavolta l’occhio è il nostro, non quello di un padrone invisibile. È un po’ di tempo ormai che l’individuo della nostra società è diventato homo videns, un uomo che guarda molto e che ascolta poco. Antonio Campos dipinge in Afterschool un ritratto piuttosto inquietante dell’essere umano che guarda, che spia, e che soprattutto imita e riproduce ciò che ha visto, di più ancora se in età scolare.
Gli adolescenti dell’esclusivo college del New England sembrano quelli precoci e deviati di Ken Park, o quelli oscuri e spaventosi dei film di Gus Van Sant; spesso violenti, ossessionati dal sesso della pornografia, consumatori di droga. Robert è uno di quei romantici moderni, tormentato e introverso che passa le giornate davanti al PC, in particolare su Youtube. Per caso, durante un’esercitazione scolastica (ormai filmare è una materia che si studia) riprende le due ammirate compagne più grandi che muoiono in preda a orrendi spasmi per via di un’assunzione di cocaina contaminata. Ancora del video bisognerà servirsi per realizzare un documentario celebrativo delle due giovani, figlie di persone troppo importanti (soprattutto per il college) per essere accusate di tossicodipendenza. Le ragazze dunque diventano vittime, costringendo il sistema (scolastico, ma la metafora dell’ipocrisia è chiaramente sociale) a difendersi per dimostrare – indossando la maschera dell’ingenuità – la sua assoluta non complicità. Tutto quello che per i giovani sembrava divertente visto su internet diventa un incubo difficilmente digeribile nella realtà e il messaggio è chiaramente quello di sottolineare lo scarto che si crea tra il vedere un filmato che in rete ci sembra lontanissimo, però magari è girato dal nostro vicino di casa, e ciò che accade sotto i nostri veri occhi.
Afterschool è un film dai tempi lentissimi (la noia fa capolino praticamente a ogni scena), che un po’ disturba ma che non sembra aggiungere molto a ciò che sappiamo della devastante cultura dell’immagine e soprattutto di internet, un sesto potere che l’immagine la veicola in maniera incontrollabile. È forse l’ennesima fenomenologia del video che risolve nella visione (nei dettagli) l’essenza dell’uomo contemporaneo: cogito ergo zoom.

Comments are closed.