L’amante inglese
Dalla Francia, protagonisti due stranieri, un melò passionale che poco appassiona. Retto da un ottimo cast capitanato da Kristin Scott Thomas
di Claudio Zito
zito.claudio@gmail.com
In patria è stato un grande successo di pubblico. Ma stiamo parlando della Francia, Paese che, oltre a vantare in assoluto il più alto livello medio di cultura cinematografica, sa tutelare le proprie produzioni come nessun altro. È lì che un film come Welcome ha potuto scatenare un dibattito tale da sollecitare una ridiscussione della legge (dal film) incriminata. Mica come da noi, dove la splendida opera di Lioret è uscita in sordina, per poi ritagliarsi, sgomitando, il meritatissimo spazio nella morsa dei filmacci natalizi imperanti. Toccherà a L’amante inglese ripercorrere lo stesso iter? Lecito dubitarne: il film di Catherine Corsini, rispetto al suo toccante predecessore connazionale, oltre a non affrontare questioni politiche spinose, non emoziona quasi per nulla. Colpa dello stile rigoroso, che però talvolta scivola nel melodramma violento sfuggendo al controllo dell’autrice. Del resto, la storia raccontata si presta facilmente a qualche eccesso.
La vicenda si può suddividere in quattro fasi: la prigione dorata, in cui la protagonista Suzanne è rinchiusa, relegata alla subordinazione dal facoltoso marito e in preda a un disagio esistenziale composito; la fuga (il titolo originale, Partir, è ben più pregnante di quello italiano), in cui la repressione della donna si rivela di natura sessuale e il tradimento, consumato con l’operaio (e pregiudicato) Ivan, prende le mosse esclusivamente da un’attrazione fisica (davvero realistiche le scene di sesso); l’emergere di problemi materiali, puramente economici, che fanno regredire Suzanne fino ai confini della legalità; il finale tragico, dove un’impennata femminista allontana il sospetto moralismo di fondo.
Due immigrati, ma provenienti da due stati europei (lei è inglese, lui spagnolo), che vivono una storia d’amore in un Paese straniero, divisi dalla diversa classe sociale ma uniti dalla passione come nelle commedie sofisticate. Solo che qui i toni e gli esiti sono drammatici. L’unico autoctono dei tre personaggi principali è un vero e proprio antagonista, crudele e monodimensionale, che dilapida in fretta la potenziale simpatia che meriterebbe per il tradimento di cui è vittima. Al di là di qualche semplificazione edipica (il figlio maschio sta dalla parte della madre, la femmina del padre), gli spunti interessanti non mancano, ma il dubbio è che una situazione di partenza complessa e articolata subisca un’involuzione.
Ciò che resta sono una breve ma significativa sequenza, dove un insetto si insinua tra i vestiti di Suzanne, che spogliandosi per scacciarlo rivela le sue pulsioni nascoste, e soprattutto la straordinaria interpretazione di Kristin Scott Thomas, aiutata da un fisico pelle e ossa, ideale per palesare i nervi scoperti della protagonista. Basteranno per conquistare l’ostico botteghino italiano?

