Il concerto

Il concertoDopo il travolgente Train de vie, Radu Mihaileanu torna con una divertentissima pellicola per confrontarsi con i resti dell’ex-Unione Sovietica

di Luca Biscontini
lucabiscontini@hotmail.it

Un cigolio frastornante di ottoni smaltati, in stile Kochani orchestra, si alterna con la geometria rigorosa del concerto per violino di Tchaikovsky: Il concerto di Radu Mihaileanu presenta una sceneggiatura astuta che, mutuando l’iconografia ridondante delle scorribande kusturichiane, compiace lo spettatore con l’umorismo fracassone dell’intemperanza slava.
Ai tempi della presidenza Breznev, Andrei Filipov (Alexei Guskov) è il più grande direttore d’orchestra dell’Unione Sovietica. Vittima della tenace politica antisionista dell’epoca, viene licenziato perché si rifiuta di separarsi dai suoi musicisti ebrei. Trent’anni dopo, lavora ancora al Bolshoi, ma come addetto alle pulizie del teatro; una vicenda fortuita gli offre l’occasione per rimettere insieme i vecchi orchestrali ed esibirsi al celebre Chatelet di Parigi.
Faccende personali e riferimenti al regime sovietico s’intervallano vorticosamente, mettendo in ridicolo gli eccessi compulsivi di una dittatura che, anche se scomparsa, ancora grava sull’animo di chi l’ha vissuta.
Mihaileanu organizza l’incontro tra l’esuberanza barbarica delle popolazioni dell’est e la sobrietà compassata dell’occidente, promuovendo, un po’ alla buona, il ritornello del multiculturalismo. Se l’abilità della regia è innegabile, e convincenti risultano i contrasti emotivi messi in scena, lo strato più profondo del film appare piuttosto vacuo. «Il comunismo può durare giusto il tempo di un concerto»: questa è la battuta che Mihaileanu mette in bocca a Filipov, anche se poi, in pubblico, si affanna ad affermare che il suo film non è anticomunista, ma contro i regimi dittatoriali. Gli crediamo. Il fatto è che anche la riflessione proposta sulla convivenza delle differenze ha il fiato corto: l’eccesso di vitalità dei flussi migratori dovrebbe rianimare il mortifero relativismo postmoderno. Sottoscriveremmo, se fosse vero. In realtà la tendenza allo sfruttamento dell’attuale capitalismo imperiale (non più imperialista) consiste proprio nella “cattura” dell’eccesso di creatività della moltitudine, versione aggiornata dell’estorsione del plus-valore.
Il movimento di ri-territorializzazione del capitale supera ampiamente la capacità di destabilizzazione dei flussi migratori. Magari muteremo il colore della pelle, ma non i rapporti di produzione. Insomma, niente di nuovo sul fronte occidentale.
Ecco perché il comunismo non è solo una chimera che dura “giusto il tempo di un concerto”, ma una procedura di verità che convoca gli individui ad un impegno ostinato, senza fornire la garanzia ontologica della sua realizzazione.

Comments are closed.