L’Italia che fu

L'uomo che verrà

Mentre Avatar continua a dominare il botteghino, seguito dal trio Reitman, Verdone, e Virzì, Nine non convince il pubblico e Diritti conquista la critica

di Sandra Capitano
sandracapitano@gmail.com

Fantascienza in 3d, comico dolce-amaro e neorealismo moderno. Sono questi i generi preferiti dagli italiani in quest’ultimo weekend cinematografico.
Se l’inarrestabile Avatar rimane infatti al primo posto, con 25 milioni di euro d’incasso in dieci i giorni di programmazione (altri 9 milioni in questi ultimi tre), non perdono posizione nemmeno le commedie e si fa strada anche qualche film dal tono decisamente più drammatico.
Il regista Reitman di Tra le nuvole (con George Clooney) conquista il secondo posto, con un incasso di 1 milione e mezzo di euro in tre giorni (e tanta nostalgia e rammarico per la frizzante sceneggiatrice Diablo Cody, che lo aveva scortato nel più spumeggiante Juno).
A seguire, ancora Io, loro e Lara di Carlo Verdone, che totalizza 14 milioni  (in 3 settimane di programmazione) e, al quarto posto, La prima cosa bella di Paolo Virzì, con 3 milioni di euro ad oggi (è in sala da due settimane).
Ad aggiudicarsi solo la sesta posizione è invece Nine il musical di Rob Marshall, che in tre giorni incassa 500.000 euro, nonostante le 250 sale in cui è attualmente programmato.
Non sono bastate, quindi, le nove-bellissime-luccicanti-e-celebri-attrici, nè tantomeno i canti, i balli e un film come Chicago in curriculum, per portare Marshall al secondo successo di botteghino per commedia musicale.
E in effetti, più che un omaggio a Fellini e al nostro cinema, sembra che Marshall abbia voluto creare una rivisitazione sin troppo romanzata (e quindi fiacca) di quella Dolce Vita che fu. In questa Italia, gli uomini, bellocci e mediterranei, «scorazzano in auto piccole e veloci, mentre le donne si aggirano per i bar alla moda di Positano», proprio come canta Kate Hudson in Cinema italiano, la canzone che fa da colonna sonora a una delle scene più sfarzose del film. Sfruttando la generalizzata visione dell’Italia all’estero, tutta pizza-pasta-passione e mandolino, Marshall costruisce un film a tratti banalotto per l’immaginario collettivo esterofilo, nonché noioso e sin troppo convenzionale per noi italiani. Partendo dal neorealismo di Rossellini, Visconti, Lattuada, De Sica, fino ad ossequiare un Fellini onirico, il Be Italian di Marshall fa dimenticare un presente in cui, l’essere italiano è raccontato anche da una nuova generazione di cineasti che, se pur con lentezza e fatica (e mancanza di fondi), sta provando a sperimentarsi, nonostante l’indimenticabile e gigantesca eredità conosciuta internazionalmente.
Oltre ai Moretti, Garrone, Sorrentino, già definiti dal Times, qualche mese fa, «i registi che stanno rinvigorendo il cinema italiano, riportandolo alla gloria, come avveniva tra 1940 e il 1950», è bene citare e far onore a registi minori, ma non per questo meno importanti. Come Giorgio Diritti, per esempio, già famoso per Il vento fa il suo giro e che proprio questo weekend ci offre una prova di grande messa in scena con il capolavoro L’uomo che verrà. Sebbene gli attori recitino in dialetto romagnolo e malgrado l’offerta di film, sempre di qualità, sia ancora elevata in questi giorni, il film ha incassato ben 150.000 euro, realizzando una delle medie per schermo più alte di tutta la classifica.
«Già dal Festival Internazionale di Roma avevamo avuto un forte consenso sia dal pubblico che dalla critica», dichiara Benedetta Caponi, direttore commerciale di Mikado, la società di distribuzione italiana del film. «La cifra stilistica di Diritti in questo film ricorda le opere di Ermanno Olmi. Attraverso una regia sobria e realistica, Diritti riesce a raccontare senza retorica  uno degli episodi più strazianti della nostra Italia di inizio secolo».
La Mikado, insieme con Agiscuola, sta realizzando proiezioni mattutine per le scuole superiori, «come ha scritto Mereghetti, L’uomo che verrà è un film necessario, con una vocazione naturale al racconto di ciò che furono i giorni di Marzabotto: il cinema ritorna così ad essere un’occasione importante per non dimenticare», conclude la Caponi.
E se L’uomo che verrà è necessario agli italiani, magari lo sarà anche per chi in Italia ci viene solo per turismo. Per far conoscere la nostra storia. Perché non siamo solo pizza-spaghetti e mandolino. E perché forse siamo in grado di riemergere con passione, attraverso differenti e freschi linguaggi cinematografici, pur non dimenticando il dolce tempo che fu.

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