Il quarto tipo

Il quarto tipoNel solco di The Blair With Project, il film di Osunsanmi gioca sul labile confine tra verità e ricostruzione ed esplora l’ultima frontiera della minaccia aliena

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Il quarto tipo non è un sequel del film di Spielberg, ma il titolo prende spunto dalla stessa classificazione degli incontri ravvicinati con gli UFO, quella stilata dall’astrofisico Hynek nel suo The UFO Experience: A Scientific Inquiry del 1972: 1° tipo – avvistamento; 2° tipo – avvistamento con prove; 3° contatto; 4° rapimento.
Sembra che la sceneggiatura vagasse tra il 2007 e il 2008 tra le scrivanie degli executive a Hollywood e per questo fosse finita nella famigerata Black List 2008 dei film che per motivi più o meno misteriosi non vengono realizzati o distribuiti nella stagione successiva (vedi Entertainment Weekly che redige e pubblica la lista). Finalmente il film viene realizzato con l’intervento dei produttori Paul Brooks e, soprattutto, Joe Carnahan, con cui il regista e sceneggiatore Olatunde Osunsanmi aveva già lavorato come assistente.

Nell’autunno del 2000, nella cittadina di Nome, in Alaska, i pazienti della terapista Abbey Tyler, affetti da gravi disturbi del sonno, mostrano fra loro strane analogie nei sintomi legati alla loro “patologia”: prima di addormentarsi, tutti ricordano l’inquietante presenza di un gufo bianco fuori dalla finestra, ma poi il nulla, solo un senso di disperazione e angoscia terrificante. È grazie alla pratica dell’ipnosi che la dottoressa riesce ad addentrarsi nei meandri dei loro incubi rimossi e a ricostruire una verità scorcertante, che spiega il crescente numero di persone scomparse nella regione sin dagli anni 60. Ma è possibile credere all’incredibile? Per portare avanti la sua teoria, la dottoressa dovrà scontrarsi con la diffidenza delle autorità locali e fare i conti con le proprie tragedie personali.

Olatunde Osunsanmi, che nel film interpreta se stesso, ricostruisce la storia della psicologa alternando la ricostruzione dei fatti (con Milla Jovovich nei panni della dottoressa) a sequenze “reali” (o almeno questo è quello che il film vuole farci credere) con interviste alla “vera” Abbey Tyler e filmati “autentici” della sue terrificanti sedute ipnotiche.
Si tratta di un thriller fantascientifico venato di horror, portato avanti a furia di espedienti narrativi e linguistici già un po’ triti, ma che sembrano essere la bandiera della nuova onda dell’horror (e non solo): in primis, la giustapposizione di filmati che si presentano come documenti autentici e ricostruzioni fittizie di quella stessa presunta realtà. Qui la giustapposizione è addirittura ostentata, visto il diffuso ricorso allo split screen per mostrare contemporaneamente documento e rappresentazione.
Vi ricordate The Blair Witch Project (era il 1999)? Molti sono stati i film che, dieci anni dopo, hanno giocato sul labile confine tra realtà e finzione, da Cloverfield al bel District 9, a quello che viene definito il nuovo fenomeno no-budget, tra pochissimo sugli schermi in Italia, Paranormal Activity

Il quarto tipo attinge a piene mani alla tradizione della strega di Blair & co. (il concetto è chiaro: la realtà fa più paura di qualunque finzione) e mette in scena un cocktail mal shakerato, e anche un po’ stantio, di formule già viste e abbondandemente digerite. I momenti di terrore di certo non mancano (i volti di Milla e della “vera” Abbey Tyler già bastano a far scorrere un brivido sulla schiena), ma l’effetto finale – nonostante l’insistente pretesa di verità – è alquanto artificioso. Per dirla con il critico USA Owen Gleiberman, nell’alternanza di “scary-real” e “glossy-fake”, Osunsanmi tiene due piedi in una scarpa. Forse, un buon vecchio film di fintissima fantascienza ci avrebbe tolto il sonno per davvero.

One Response to “ Il quarto tipo ”

  1. [...] brivido. Sulla scia di The Blair Witch Project, e a un livello infinitamente superiore rispetto a Il quarto tipo – il film gioca sul labile confine che separa realtà e finzione, proponendosi come una storia [...]