A Single Man
Per la prima volta alla regia, Tom Ford va oltre gli stereotipi delle storie gay e racconta l’importanza di trovare il senso della vita per superare il dolore e guardare avanti
di Luca Adami
lucadami@hotmail.it
A single man è stato presentato alla penultima giornata della 66ª Mostra del Cinema di Venezia, ove ha riscosso notevoli applausi. Tra gli interpreti, oltre a Colin Firth che interpreta il protagonista, troviamo la splendida Julianne Moore, Nicholas Hoult e Matthew Goode mentre, a sorpresa, al posto di guida c’è un esordiente: lo stilista Tom Ford.
Sarebbe fin troppo facile ironizzare sui fatti, creando un parallelismo fra il luogo comune dell’omosessualità nell’ambiente della moda, il regista e il personaggio principale del film, ma la realtà è che Tom Ford non è uno sprovveduto nell’ambiente cinematografico: nel 2001 ebbe una parte in Zoolander in cui interpretava se stesso mentre nel 2008 curò gli abiti di Daniel Craig per Quantum of Solace. Probabilmente il mondo hollywoodiano deve averlo colpito nel segno, dal momento che in quello stesso anno decise di intraprendere questa nuova carriera, acquistando i diritti del romanzo omonimo di Christopher Isherwood e iniziando i lavori fra ottobre e novembre. Tra l’altro il suo nome compare anche nella sceneggiatura e nella produzione, segno che il neo-nato regista non vuole lasciare niente al caso.
La trama parte in modo tragico, presentandoci nella Los Angeles del 1962 il professore universitario cinquantaduenne Geroge Falconer (Colin Firth): un uomo distrutto, depresso e incline al suicidio dopo la morte del compagno Jim (Matthew Goode) in un incidente stradale. Tom Ford ci presenta con occhio attento le ore che George trascorre durante una giornata qualunque, ricordando il passato, riflettendo sulla vita, sulle relazioni d’amore e sulle tragedie che il caso fa capitare nei momenti in cui meno ce le aspettiamo. George Falconer è un uomo che non riesce più a vedere il futuro e, attraverso un mutevole susseguirsi di flashback di felicità e quotidianità di dolore, finalmente ricomincia ad apprezzare nuovamente le piccole cose importanti, il senso della vita che lo circonda, aiutato dall’amica Charlotte (Julianne Moore) e dall’appassionato studente Kenny (Nicholas Hoult).
La storia narrata non è particolarmente complessa, anzi segue una struttura lineare e certamente non nuova: la tragedia nel passato, il presente vuoto, la ricerca del futuro nelle cose essenziali della vita. Ma il fatto che la trama non sia complicata non è un problema, bensì un utile appiglio per Tom Ford che si dimostra un regista in grado di tenere le redini di un personaggio delicato e di un film sul filo del rasoio. Colin Firth di sicuro gli ha dato una gran mano grazie alla sua eccellente interpretazione di George Falconer: i sentimenti che albergano nel personaggio sono riportati alla perfezione dal volto dell’attore, così come i suoi movimenti arrendevoli sono un balletto davanti alla macchina da presa. I complimenti, comunque, vanno rivolti all’intero cast che con la Moore, Goode e il commovente Nicholas Hoult riesce a dare completezza a un’opera che giustamente ha raccolto ovazioni e applausi sia a Venezia che in sala.
In un’intervista rilasciata lo scorso settembre, il regista Tom Ford ha dichiarato: «Il cinema è qualcosa con cui volevo confrontarmi da tempo. Senza rischi la vita è noiosa. Il settore della moda è bellissimo, ma volatile [...]. Questo film è la cosa più personale e artistica che abbia mai fatto, per me è espressione pura».

