Eppur si muove

Galileo di Liliana CavaniPresentato all’ultimo festival di Venezia in una copia fresca di restauro, il film Galileo di Liliana Cavani rappresenta l’eterna battaglia per la libertà scientifica contro ogni forma di censura

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Appuntamento imperdibile per critici e appassionati di cinema da tutto il mondo, la 66ª edizione del Festival di Venezia si conferma come uno degli eventi di punta del panorama cinematografico contemporaneo, con una ricca e variegata selezione di titoli internazionali e l’immancabile parata di star e celebrità.
Quest’anno il festival ha dedicato particolare attenzione a tematiche legate alla guerra, all’immigrazione e alla crisi globale, premiando con il Leone d’Oro per il miglior film l’intenso e claustrofobico Lebanon, del regista israeliano Samuel Maoz. Il film è interamente girato all’interno di un carro armato, dove quattro soldati israeliani alle prime armi lottano per la sopravvivenza durante la guerra in Libano del 1982. Il secondo premio, il Leone d’Argento per la miglior regia, è andato all’artista iraniana Shirin Neshat, per il suo splendido Women Without Men.
Accanto alle sezioni maggiori del festival, la retrospettiva evocativamente chiamata “Questi fantasmi” ha acceso i riflettori su alcuni capolavori perduti del cinema italiano. Fra i titoli inclusi nella sezione compare tra gli altri il Galileo (1968) di Liliana Cavani. Il film è stato restaurato dalla Cineteca Nazionale e, a 40 anni dal suo concepimento, riapre l’annoso dibattito sulla relazione fra fede e scienza.
Girato a Sofia, in Bulgaria, il film ripercorre la storia di Galileo Galilei, dai primi anni della sua carriera scientifica alla fine del XVI secolo, quando Galileo si trasferisce a Padova per insegnare fisica all’Università. È qui che le idee eretiche di Giordano Bruno e la teoria eliocentrica di Copernico cominciano a prendere forma. A seguito di studi approfonditi, Galileo si convince del fatto che è il sole, e non la terra, ad essere al centro dell’universo. Convocato a Roma per difendersi dall’accusa di eresia, è costretto dal Cardinal Bellarmino e dal Papa in persona a rinnegare i suoi studi e a confutare la veridicità della teoria copernicana nella quale aveva fermamente creduto.
Presentato per la prima volta al Festival di Venezia nel 1968, negli anni delle proteste studentesche, il film fu vittima di quella censura che esso stesso mette in scena. La RAI si rifiutò di trasmetterlo, considerandolo troppo anticlericale e dunque politicamente pericoloso. Il film fu inoltre bandito anche dalle sale cinematografiche, visto il rifiuto di Angelo Rizzoli di distribuirlo, e fu quindi condannato all’oblio.
Ciò nonostante, in tutti questi anni, la memoria di un film così rivoluzionario e controverso è stata tenuta in vita dal lavoro tenace di insegnanti coraggiosi, che hanno continuato a mostrarlo ai loro studenti, grazie anche all’opera di distribuzione nelle scuole della cattolicissima San Paolo Film. Inutile dire, la storia della vita culturale di un paese è talvolta fatta di paradossi imprevedibili…
«Così gira il mondo» – ha commentato Liliana Cavani introducendo la proiezione del suo Galileo al pubblico di Venezia. «Il tempo passa, ma il mondo è sempre lo stesso. Ecco perché la storia di Galileo è significativa ancora oggi». Come sottolinea la regista, «mentre conduceva le sue prime osservazioni al telescopio, Galileo era convinto del fatto che la scoperta della verità potesse giovare in primis proprio alla Chiesa, e quindi cercò un dialogo con le gerarchie ecclesiastiche. Quando fu chiamato dinanzi alla Santa Inquisizione, era convinto che sarebbe riuscito a vincere le loro resistenze, ma le cose andarono diversamente purtroppo. Quella era un’epoca in cui la Chiesa esercitava un controllo totale sulla conoscenza scientifica».
Visto oggi, a 40 anni dalla sua produzione, il film è ancora di una modernità straordinaria, sia nel contenuto che nello stile. I significati più profondi del film sembrano essere veicolati più da elementi scenici, architettonici e visivi che verbali. Il senso di oppressione del potere egemonico, ad esempio, è espresso attraverso la predominanza di inquadrature dal basso verso l’alto e dall’uso del grandangolo. L’attitudine razionale della mente galileiana è invece comunicata attraverso l’abbondanza di forme geometriche e linee rette, mentre la verbosa pomposità del clero è suggerita dalla profusione di elementi architettonici barocchi. Nonostante tale complessità di livelli comunicativi, la trama del film si dipana nel più semplice e diretto dei modi, preservando il suo carattere popolare, nello spirito della lezione galileiana. Come ha scritto il celebre Morando Morandini, «il film brucia quasi completamente gli schemi convenzionali del cinema biografico e trasforma la ricostruzione del passato in azione presente. È, insieme, la tragedia di un uomo in anticipo sui tempi e la storia di una ingenuità».
Il Galileo di Liliana Cavani ha inoltre un ulteriore livello di interesse, in quanto è una complessa riflessione sull’eterno dibattito su libertà e censura, che è di particolare rilievo al giorno d’oggi, viste le continue polemiche sulla libertà di stampa e sullo stato della nostra democrazia (o meglio “videocrazia”, come ha evidenziato il filmmaker italo-svedese Erik Gandini nel suo documentario Videocracy, presentato a Venezia).
Liliana Cavani non è estranea a questo genere di argomenti e i suoi film hanno spesso scatenato accesi dibattiti. I personaggi che ha sempre scelto per i suoi film sono infatti problematici, controversi o in qualche modo rivoluzionari. Prima di Galileo, la Cavani aveva debuttato come regista con il film Francesco d’Assisi (1966), in cui la leggendaria figura del Santo era dipinta come una sorta di personaggio hippy. I suoi primi film avevano come oggetto temi non proprio convenzionali per il cinema dell’epoca, come la marginalizzazione, il misticismo e il Nazismo. Il suo film più famoso è Il portiere di notte (1974), che consacrò Charlotte Rampling al successo mondiale. Conquistò poi il mercato internazionale con Interno berlinese (1985) e con Francesco (1989), con Mickey Rourke nel ruolo di protagonista. Dopo aver realizzato la serie TV Einstein per la RAI nel 2007, negli ultimi anni si è dedicata al teatro.
Quando viene interrogata sulla rilevanza politica del suoi film, risponde: «I miei film non sono politici in senso stretto: vanno oltre il ruolo storico dei personaggi e investigano l’intima verità dei sentimenti umani». È quando questi sentimenti riguardano la lotta per la libertà scientifica, contro ogni forma di censura, che la storia di un singolo uomo diventa la Storia dell’intera umanità.

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