Così parlò Eric Rohmer
Per ricordare il maestro della Nouvelle Vague appena scomparso ripubblichiamo un suo editoriale scritto per Filmaker’s magazine qualche anno fa: una lezione sull’esperienza dell’arte da non dimenticare
Il mio cinema per i giovani
di Eric Rohmer
«Guardare al cinema di oggi per un uomo che, come me, ha attraversato molte vite e molte epoche non è cosa facile. In questi anni ho sempre continuato a insegnare cinema e anche adesso, arrivata l’età della pensione scolastica, continuo a tenere dei corsi, a intrattenere un rapporto intenso e vitale con piccole classi di ragazzi entusiasti. Ma se una volta usavo per i miei seminari film di registi di tutto il mondo, adesso ho scelto di concentrarmi essenzialmente sul mio lavoro. Non per snobismo, ma per semplicità e chiarezza. Quest’anno, per esempio, ho tenuto un corso sul montaggio dell’opera, sulle scelte dei raccordi tra sequenza e sequenza. Ho potuto farlo perché attingevo dai materiali dell’edizione definitiva di Racconto d’autunno e mentre montavo cercavo di far entrare i miei ragazzi nel problema delle scelte: cosa lasciare e cosa tagliare, cosa aggiungere e cosa sottrarre.
Qualche frutto, questo tipo di maieutica didattica lo deve avere dato se la mia montatrice attuale viene dalla mia scuola e se ho potuto collaborare, negli anni, con diversi dei miei allievi.
Più in generale però, vado meno al cinema, non posso dire di essere al passo coi tempi come quando facevo il critico militante e alternavo questa professione al lavoro dietro la macchina da presa. Il fatto è che il mondo del cinema – suppongo come tutte le professioni creative – tende a chiudersi in se stesso e a perdere di vista cosa accade fuori, nella vita reale. Io cerco invece di preservare una purezza dello sguardo allenata su territori diversi. Quando ho del tempo libero cerco di vedere una mostra, di leggere un libro, di parlare con le persone, insomma di vivere e credo che questo sia altrettanto ossigeno anche per il mio lavoro. È in fondo il motivo per cui non vado mai ai festival per accompagnare le mie opere. Niente di personale e nessun pregiudizio. Con Racconto d’autunno alla Mostra di Venezia ho fatto la stessa scelta pur amando molto questo festival e questa città. Alla Mostra sono legato per la magnifiche soddisfazioni che mi ha dato, compreso il premio a Il raggio verde. Quanto alla città, penso che rappresenti un’autentica esperienza visiva e umana, una tappa irrinunciabile per chiunque abbia a cuore la cultura. Ma tutto questo, con il mondo dei festival, c’entra poco. Quando ci si rinserra in quella gabbia ideale, ci si trova quasi fatalmente a interpretare il personaggio del regista, a essere diversi da se stessi. E – lo dico senza presunzione e senza voler criticare gli altri – mi sembra che troppi registi oggi passino il loro tempo a partecipare a questa rappresentazione fino a scordarsi cosa c’è dietro, chi sono e cosa fanno. Io invece cerco, da sempre, il percorso opposto, mi provo a travasare quello che vedo nei film. Con Racconto d’autunno tutto è partito da un’emozione: la terra di Provenza all’epoca della vendemmia; ho cercato quei colori, quell’aria di giacimento culturale che esiste in campagne attraversate da muretti a secco, da brandelli dell’antica civilizzazione romana, quella luce calda che segna l’autunno nella sua dimensione più forte, più vitale.
E i miei personaggi partecipano della stessa luce e ombra interiore: sono arrivati all’inizio dell’autunno, hanno davanti a sé un’esistenza da vivere ma hanno perso la spensieratezza dei loro figli, dei ragazzi. L’autunno in fondo è tante cosa, non solo l’attesa dell’inverno.
Mi chiedono spesso se la mia scrittura, i miei dialoghi siano frutto dell’improvvisazione o di un lavoro a tavolino, magari con gli attori. Questa è l’occasione buona per sfatare alcune leggende: non c’è metodo predefinito, non una regola fissa. Il raggio verde, per esempio, fu scritto quasi giorno per giorno con Marie Rivière; Racconto d’autunno invece era sulla carta parola per parola prima di partire per le riprese. In generale, il lavoro più vero consiste nel filtrare la natura attraverso la parola, nel trovare una scrittura adeguata alle voci che ascoltiamo ogni giorno. Credetemi però: è più semplice di quel che si pensa: l’essenziale è stare in ascolto, questa è la mia lezione per chi comincia a fare del cinema o qualsiasi altra esperienza d’arte. Ascoltare la natura e comprenderne il significato, segreto o apparente».

