Into the Wild

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Sulle splendide note di Eddie Vedder, l’ultimo film d Sean Penn è l’epopea di una vita on the road. Dedicata ai nostalgici della beat generation e agli idealisti di sempre

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

«Più che l’amore, i soldi, la fama, datemi la verità» – diceva Thoreau, esprimendo con lapidaria semplicità un imperativo morale che attraversa la vita di certe anime pure: quelle che dinanzi alla prospettiva di una vita in giacca e cravatta, ingabbiata in un mondo adulto fatto di vanità e casette a schiera, rinunciano alle lusinghe del mondo materiale e scelgono la sfida di una vita regolata soltanto dalla forza dei propri ideali.
Una vocazione, questa, che per molti rimane soltanto una tensione ideale, spesso limitata alle ribellioni dell’età giovanile, e che il più delle volte, con la maturità, finisce per essere riassorbita entro i gangli della moderna società del consumo.

Per Christopher McCandless (Emile Hirsch), protagonista di Into The Wild, l’ultimo bel film di Sean Penn, l’ideale diventa invece regola di vita. Adattando al grande schermo il bestseller di Jon Krakauer Nelle terre estreme – vero gioiello letterario per i nostalgici delle beat generation – Sean Penn racconta la storia vera di un ventiduenne americano che negli anni 90 decide di abbandonare famiglia, denaro e una futura promettente carriera, per cercare se stesso nelle terre selvagge del continente americano. Per due anni sfida così le intemperie dei paesaggi più desolati, dai campi di grano del South Dakota alla comunità hippy di Slab City, in California, giù per le rapide del fiume Colorado. Meta finale l’Alaska, simbolo immaginario di una vita estrema e autentica. Lungo il suo viaggio on the road, Christopher incontrerà una serie di personaggi straordinari, anche loro in qualche modo outsider, che arricchiranno il suo percorso interiore di nuove illuminanti consapevolezze. Padri spirituali della sua eroica ricerca del senso della vita i grandi della letteratura mondiale, da Tolstoj a Jack London, sulle cui pagine Christopher segnerà la splendida riflessione finale del suo peregrinaggio esistenziale.

Con rara maestria e talento d’autore, Sean Penn mette dunque in scena un grande romanzo di formazione, ricco di profondi spunti di riflessione. Complici anche una fotografia d’eccezione e  una colonna sonora – firmata da Eddie Vedder, Kaki King e Michael Brook – capace di toccare corde profonde, in totale simbiosi con la voce interiore del protagonista.
Un film coraggioso sul significato dell’esistenza e sull’importanza del confronto con se stessi e con l’altro, che ha il merito di accompagnare lo spettatore in un analogo processo di consapevolezza interiore.
Alla perfezione stilistica del film nuoce tuttavia una certa insistenza su alcuni elementi più didascalici, particolarmente cari alla cultura made in USA – dalla fuga verso il “West” all’ideale dell’integrità del nucleo familiare, alla deriva religiosa di certi insegnamenti. Pur scardinando alla base il mito del sogno americano, insomma, il film rimane comunque prigioniero di un’ideologia fortemente americana, anche se di segno contrario. Ma la profondità del messaggio di fondo riscatta il film da ogni sbavatura di maniera, conservando intatta la sua capacità di parlare all’anima beat che c’è in ognuno di noi.

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