Quando il rock diventa cinema

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Dal Monterey Pop del 68 all’ultimo di Demme su Neil Young, storia ed evoluzione di un genere, il Concert-Film, e di una delle sue voci più autorevoli

di Alessandro Morera

thelloniusmonk@yahoo.it

Se l’ormai diffuso neologismo Rockumentary (Documentario + Musica Rock) ha assunto un’accezione troppo vasta per poter essere analizzata en passant in un articolo, ci si può attenere alla definizione più specifica di Concert-Film (Film Concerto) per inquadrare meglio il rapporto di Jonathan Demme con il rock suonato dal vivo. Indubbiamente il Concert-Film nasce con Monterey Pop del 1968 di Donn Allan Pennebaker, riprese del primo concerto-evento che si svolse l’anno precedente, prosegue con Woodstock tre giorni di pace, amore e musica del 1970 di Michael Wadleigh con la collaborazione al montaggio di Thelma Schoonmaker e alle riprese di Martin Scorsese (regista anche del bellissimo addio al palcoscenico della Band con The Last Waltz del 1976 e del recente e pessimo Shine The Light sul patetico A Bigger Bang Tour degli Stones del 2006) e si espande con Gimme Shelter di Albert & David Maysles e Charlotte Zwerin: montaggio del famoso concerto che i Rolling Stones tennero nel dicembre del 1969 ad Altmont (congiuntamente ai Jefferson Airplane che però non sono presenti nel filmato), concerto nel quale gli Stones continuarono a suonare Under my Thumb mentre Meredith Hunter veniva ucciso dagli Hell’s Angels e la generazione dell’amore si trasformò in devil generation.

Questo tipo di Concert-film si consoliderà poi via via negli anni 70 attraverso ulteriori interessanti opere che però qui non trattiamo, mentre il suo rinnovamento linguistico passa per Jonathan Demme che nel 1984 da una nuova magistrale visione del Concert-film, in seguito al bellissimo Rockumentary di Penelope Spheeris The Decline of Western Civilization del 1981 sulla musica punk di Los Angeles, con Stop Making Sense ovvero i Talking Heads nella loro esibizione al Patages Theatre a Hollywood nel 1983. L’incipit è folgorante: sulla scena spoglia appare David Byrne che accende uno stereo e inizia ad accompagnare la musica con la sua chitarra, uno a uno si aggiungono in scena gli altri membri del gruppo e la musica aumenta sempre di più di ritmo fino all’apoteosi finale. Contemporaneamente alla musica anche il palco, dapprima spoglio, inizia a riempirsi e comporsi come una scenografia di Adolphe Appia e Gordon Craig, costruendo cosi una scena in movimento che si forma direttamente di fronte agli occhi degli spettatori, unitamente ai giochi di luce, progettati dallo stesso David Byrne, in sintonia con la musica stessa (registrata per la prima volta digitalmente in presa diretta). Demme realizza così un Concert-film completamente nuovo e strabiliante, tanto per gli spettatori dell’evento live che per i futuri fruitori del film (il quale anche a una visione televisiva non perde nulla della sua energia e della sua forza creativa).

Jonathan Demme ritorna al Concert-film dopo ben 22 anni con Neil Young: Heart of Gold. È il concerto che Neil Young ha tenuto al Ryman Auditorium di Nashville dopo aver subito una delicatissima operazione al cervello a causa di un aneurisma celebrale che lo colpì nel 2005 appena finito di registrare l’album Prairie Wind. Neil Young aveva già fatto realizzare un Rockumentary su una sua tournée con i Crazy Horse dal suo amico Jim Jarmush, Year of the Horse del 1997.

L’incipit di questo Concert-film sembra riprendere dalla fine di Stop Making Sense: se nelle riprese della performance dei Talking Heads il regista scelse di mostrare il pubblico solamente alla fine della pellicola, inquadrando i volti degli spettatori che esprimevano al meglio l’estasi prodotta dal live a cui avevano appena assistito, in quest’ultima opera Demme decide di mostrare il pubblico solamente all’inizio, prima di abbandonarsi e annullarsi letteralmente alla potenza della musica di una leggenda vivente, una leggenda vivente capace di costruire il suo spettacolo-sound attraverso un impasto tra i suoi vecchi cavalli di battaglia dal cuore d’oro e le nuove arrembanti cavalcate musicali, un mix perfetto la cui riuscita è lasciata alla capacità esecutiva del grande cavaliere. Infatti Demme sembra davvero nascondere la macchina da presa cercando di non farla interferire con la musica e lasciando soprattutto che emerga la figura di Neil Young come musicista assoluto, capace di reggere la scena musicale attraverso un nuovo e redivivo entusiasmo artistico e umano, in questo senso risultano infatti emblematici i numerosi primi piani che sembrano accarezzare appena il volto segnato (ma nello stesso tempo portatore di una rinascita) del grande rocker canadese. Non a caso l’anno successivo pubblicò l’esplosivo e dirompente album Living with the War, un attacco diretto nei confronti della politica dell’amministrazione americana guidata dal guerrafondaio George W. Bush.

Neil Young: Trunk Show: Scenes from a Concert, ultima fatica di Demme è ormai stata completata, anche se in Italia probabilmente non lo vedremo mai nei circuiti commerciali, dopo che una prima versione ‘in fieri’ fu presentata in anteprima mondiale al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastiàn del 2008. Un’opera che è un ulteriore passo in avanti nella concezione del Concert-film, poiché questa volta, tributando ancora un omaggio a Neil Young, il regista segue il musicista assumendo un punto dI vista quasi opposto a quello precedente, osservandolo dietro le quinte, spia le prove, lo filma nei camerini, nelle pause del concerto inquadrando ogni dettaglio della scena, dagli amplificatori ai cavi elettrici, dalle luci ai vestiti dei musicisti, lo stesso Demme segue direttamente attraverso una delle sette telecamere utilizzate per riprendere il concerto, il corpo di Neil Young o meglio ancora il suo viso, a volte sgranando un Primissimo Piano e altre mettendolo a fuoco in Campo Lungo. Il regista qui, a differenza del precedente Concert-film su Neil Young, mette in scena anche se stesso attraverso l’utilizzo di ogni tecnica cinematografica possibile, dalle sovraimpressioni, passando per la frantumazione in numerose immagini dello schermo (lo split-screen), fino a un montaggio ipercinetico capace di valorizzare nel migliore dei modi le vertiginose panoramiche a schiaffo e i dolly che non si fa mancare nell’indagare fino in fondo lo spirito creativo che anima la scena di un concerto e per scena qui s’intende tanto la preparazione (il prima, la preparazione del live) che il concerto stesso (ovvero il durante, l’esecuzione del live stesso). Un Concert-film che sembra discendere direttamente da una delle migliori opere cinematografiche che hanno tentato di indagare il mistero della creazione artistica, l’imprescindibile documentario che Henri Georges Clouzot realizzò su Picasso nel 1956, Le Mystére Picasso. (http://www.youtube.com/watch?v=TeSVk0D7kJo ).

Inevitabile annotare come la creatività cinematografica di Jonathan Demme (visto anche l’apporto fondamentale della musica nei suoi film da Qualcosa di travolgente passando per Philadelphia, film nei quali il sostegno delle scene principali viene proprio dalle canzoni) abbia influenzato le incursioni in campo cinematografico tanto di David Byrne con il suo progetto (album-libro-film) True Stories del 1986 che di Neil Young nel 2003 con Greendale (firmato con lo pseudonimo di Bernard Shakey), progetto strutturato come quello di Byrne, ovvero come un concept artistico totale nel quale l’opera cinematografica e le sue immagini sembrano scaturire dagli omonimi album musicale (e non viceversa), risultando cosi un commento cinematografico alle canzoni, come se queste fossero la vera e propria sceneggiatura del film. In effetti per entrambe le opere (di Byrne e di Young) sembra più opportuno parlare di pictures-songs (canzoni filmate) poiché in realtà non ci pongono di fronte a film musicali o rockumentary, ma bensì a vere e proprie narrazioni, dove i personaggi e le loro vicissitudine sembrano proprio delle true stories, delle storie vere e reali. Film di una rara potenza espressiva visivo – musicale, energia espressiva raggiungibile, e pienamente comprensibile nella sua totalità, solamente attraverso una concezione bivalente dell’opera d’arte.

Waiting Bob Marley by Jonathan Demme, Wild Thing, I Think I Love You Mr. Philadelphia!

Sister Carol canta Wild Thing nel finale di Qualcosa di travolgente 1996 di Jonathan Demme http://www.youtube.com/watch?v=htyKnHQz76M

Neil Young Philadelphia Theme http://www.youtube.com/watch?v=tS1zOddFwNw

Bruce Springsteen Streets of Philadelphia http://www.youtube.com/watch?v=tS1zOddFwNw

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