Sorry, aspettando il film

È il romanzo più nero dell’anno e presto sarà un film: l’autore Zoran Drvenkar ci spiega come nasce la storia di quattro trentenni alle prese con una singolare agenzia di “scuse”…
di Massimiliano Pistonesi
m.pistonesi@gmail.com
Alle volte si è un po’ imbarazzati nel pronunciare la parola capolavoro. Meglio dirla piano, sussurrando, farfugliandola fra i denti impastata con la lingua pronti a ringhiottirla giù. Beh, per quello che può valere, per quanto riguarda il romanzo
Sorry di Zoran Drvenkar (Fazi Editore, pg 490) la si può tranquillamente scrivere sui muri. Gesto da indiani metropolitani scrivere sui muri di un romanzo, ma tant’è, perché di questo stiamo parlando: di capolavoro. Sorry è una storia che torce le budella, che quando si è finito di leggerla ci si guarda intorno più contenti di essere lì, sani e salvi. Però magari la notte ti fa lasciare una luce accesa, perché non si sa mai. In più c’è che Sorry è stato selezionato alla Berlinale del 2008 come uno dei migliori romanzi adatti a una trasposizione cinematografica. E così sarà, la tedesca Ufa ne ha acquisito i diritti e presto arriverà sul grande schermo. Inutile starvelo a raccontare, vi basti sapere che quattro amici trentenni di Berlino per sbarcare il lunario decidono di aprire un’agenzia di scuse, dove la gente può rivolgersi e loro partono a porgere le scuse a chi di dovere. Iniziano a fare un mucchio di soldi finché tra i loro clienti fa la comparsa uno strano personaggio, con una richiesta di scuse molto particolare e agghiacciante, ma dietro c’è molto altro.
Ne abbiamo parlato con l’autore Zoran Drvenkar.
La cosa che mi ha colpito di più del tuo romanzo Sorry sono i personaggi di Kris, Wolf, Frauke e Tamara: uomini e donne che chiedono solo un posto al mondo, che chiedono solo di esistere. Una rappresentazione lontana dagli stereotipi di molta gioventù di oggi.
«Sono contento di sentirlo dire, a me non sono mai piaciuti gli stereotipi ed è un piacere creare personaggi che si imprimono nella mente con la loro volontà di vivere».
Che tipo di letterature e film ti piacciono?
«Leggo quasi tutto (http://drvenkar.de/inspiration/#buecher), lo stesso vale per la musica e il cinema. Sono cresciuto con l’horror e i polizieschi, e da allora mi potete sottoporre qualsiasi cosa – se mi piace la scrittura, leggo, se la scrittura fa schifo inizio a dubitare dello scrittore, e se dubito dello scrittore e del suo modo di raccontare storie butto via il libro. Si deve sempre credere a chi scrive, non dubitarne. Si può trovare una lista di film che mi piacciono sulla mia homepage http://drvenkar.de/inspiration/#filme. Comunque sono un fan di cose strane, un mucchio di serie televisive, ma non mi entusiasmano i vecchi film
Poi c’è la musica (http://drvenkar.de/inspiration/#musik). Non c’è colonna sonora senza musica a non c’è romanzo senza colonna sonora».
In Sorry i punti di vista slittano di continuo facendo sembrare la trama del romanzo un labirinto. È stato naturale scriverlo con questa struttura o ha richiesto un po’ di lavoro?
«È venuto naturalmente. Ho seguito il flusso della storia, affidandomi a un misto di esperienza, riti voodoo e fortuna, per uscirne fuori senza inciampare. Mi sono sorpreso spesso con giravolte e trovate che non erano previste e sono semplicemente venute da sé. Un buon metodo per farsi paura da soli. In più mi piace proporre diversi punti di vista perché niente è mai quello che sembra veramente, e fornire qualche falsa pista è divertente. La cosa difficile è alla fine, quando bisogna portare tutto oltre il confine per far sparire la struttura e rendere il tutto come un’unica storia che avvolge il lettore senza falle o inganni».
Come ti è venuta l’idea dell’agenzia di scuse?
«Ho fatto un sogno dove ero insieme a tre amici con l’idea di aprire un’agenzia che si scusasse per gli altri e facevamo un mucchio di soldi. Poi mi sono svegliato, era tardi ed ero stanco, allora mi è capitato di scrivere il nome dell’agenzia sul palmo della mia mano: SORRY. Ci ho dormito sopra e il mattino dopo ho visto la scritta sulla mia mano e ho deciso di scrivere un romanzo di critica sociale. Non avevo la minima intenzione di scrivere un thriller. Ma come spesso succede nella vita le luci si trasformano in ombre».
In Sorry le persone che si rivolgono ai servizi dell’agenzia sembrano più interessate a questioni di impiego piuttosto che a quelli sentimentali. Il mondo del lavoro è così critico oggigiorno?
«Il mondo del lavoro è terrificante. Gente altamente qualificata che fa lavori per meno soldi di quelli che meriterebbero. E non riescono a difendersi da questo ingranaggio micidiale perché ci sono una quantità di lavoratori ansiosi e disposti ad avere di meno che aspettano fuori dalla porta e quindi tutti si ritrovano a doversi parare il culo, tirano avanti guadagnando una miseria sperando che le cose si mettano meglio. La gente non si ribella, provano ad abituarsi a tutto, questo mentre i loro capi li spremono per fare più soldi. Abbiamo bisogno di una rivoluzione, un colpo di mano di tutte queste persone competenti. Dopo sarebbe bello vedere se quei sacchi di merda dei capitalisti iniziano a capire la lezione, che ogni sedia dove sei seduto può essere presa e gettata via. Comunque non credo che un’agenzia del genere riceverebbe mai incarichi dalle aziende. I gran capi non hanno nessun rimorso per i loro errori, non gliene frega niente se non riesci più a fare la spesa oppure se ti devono sostituire con un lavoratore senza competenze che si trova a Timbuctù, che viene pagato una miseria e si accontenta di essere solo vivo. Questo non curarsene a vantaggio del profitto fa più paura di qualsiasi serial killer alla ricerca di una nuova preda».
Durante la lettura di Sorry a un certo punto sembra che la speranza scompaia dall’orizzonte. È solo una mia impressione?
«No, è così, è vero. La storia è costruita sulla mancanza di fiducia e sulla fallibilità dell’amicizia. Ma c’è una una luce e una speranza e credo che alla fine la luce e la speranza brillino su tutto».
Credo che avere a che fare con un soggetto come la pedofilia sia una cosa dura. È stato così?
«È stato terribile. Non sono riuscito a scrivere per quasi un anno. Tuttavia la pedofilia non è il tema del romanzo, c’è capitata dentro ma non avevo intenzione di usarla. C’è capitata dentro sorprendendomi. Sapevo che c’era qualcosa di oscuro che avvolgeva i due ragazzi, ma non sapevo quanto potesse essere nera. Mi ha terrorizzato a morte. Si commettono molti crimini a questo mondo ma i peggiori sono quelli commessi contro i bambini. E non fa alcuna differenza se sia violenza sessuale, percosse o psicologica, ma ho l’impressione, ed è una mia opinione, che alla gente non importi nella misura giusta. E questo mi fa bollire il sangue».
Sorry è stato selezionato alla Berlinale del 2009 come uno dei miglior romanzi adatti a essere portati sul grande schermo. Ti ha sorpreso?
«Mai sorpreso se ti piace quello che scrivi».
Ho letto che la UFA Cinema ha comprato i diritti cinematografici di Sorry, sei stato coinvolto nel progetto filmico?
«Io e il mio amico Gregor abbiamo terminato la sceneggiatura due settimane fa. Ci è piaciuto molto la scrittura. Abbiamo dovuto prendere il romanzo e rivoltarlo completamente per poterne fare un film. Non ti puoi permettere di nascondere i personaggi nella pagina, tutto deve essere alla luce, e questo ha portato a un cambio di prospettiva nella storia. La stesura della sceneggiatura è stata molto impegnativa. Non puoi nascondere il personaggio di Meybach, per esempio, quindi bisogna mostrare Maybech da subito e questo cambia la storia. Nella sceneggiatura quando Kris chiama Meybech (anche se Kris ancora non sa chi esso sia, ndr.), mentre lui e suoi amici sono nell’appartamento dove si trova la donna inchiodata al muro, e lui è nella cucina della loro villa iniziando a invadere le loro vite. Ma questo rende il tutto più tenebroso e pauroso».
Cosa ti aspetti dalla realizzazione del film?
«Milioni di spettatori, notti insonni per quei milioni di spettatori, il mio nome in ogni angolo, i miei pensieri in ogni testa. E milioni sul mio conto».
Domanda di rito: progetti per il futuro?
«Sto finendo il mio nuovo romanzo, e se tutto va bene, dovrebbe essere pubblicato il prossimo autunno».

