Sonetàula

Sardegna, Far West: nell’ultimo film di Salvatore Mereu, l’epopea neorealista di un brigante e di una terra antica, rugosa e silente, su cui la Storia passa senza quasi lasciare traccia
di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com
È un cinema fatto di primi piani e di volti imperscrutabili, quello di Salvatore Mereu. Un cinema che racconta di terre vicine eppure lontanissime. Di spazi di cielo e di pietra sospesi nel tempo, popolati da un’umanità antica e grave. Film corali, dove la coralità nasce più dall’armonia di tante solitudini che dallo spirito di una comunione. Era così Ballo a tre passi, vincitore della Settimana della critica a Venezia 2003 e del David di Donatello nel 2004, ed è così Sonetàula, l’ultima fatica del regista sardo, che ha riscosso grande interesse della critica ma purtroppo nessun riconoscimento ufficiale all’ultimo festival di Berlino.
Tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Fiori, il film racconta la storia di un ragazzino sardo (Francesco Falchetto) cresciuto come servo-pastore sulle alture della Sardegna tra il 1937 e il 1950. Abbandonato dal padre, al confino per un omicidio che non ha commesso, Sonetàula – così chiamato perché «ad ogni colpo faceva sonu’ e tàula, rumore di legna» – dovrà presto farsi strada da solo, fra la rustica etica del nonno (Serafino Spiggia) e di zio Giobatta (Giuseppe Cuccu), l’amore segreto per Maddalena (Manuela Martelli) e la vita da brigante, che lo condannerà a una esistenza randagia.
Il film, interamente girato in sardo e sottotitolato in italiano, ha la forza dei migliori ritratti neorealisti: un linguaggio spoglio ed essenziale, inquadrature fisse, lunghi primi piani, quasi nessun movimento di macchina né accompagnamento musicale ad insistere su stati d’animo o momenti di tensione narrativa. A duettare con la muta solennità delle immagini solo le scritte in sovrimpressione dei nomi dei protagonisti, che fanno da contrappunto a momenti topici dell’azione.
Su tutto domina una Sardegna meravigliosa, rugosa e silente, su cui la Storia passa senza quasi lasciare traccia. Una terra antica, senza tempo, dove la prima lampadina sembra accendersi più per un miracolo che per un progresso della tecnica.
È un piccolo capolavoro western in pieno stile sardo, quello di Mereu, costato più di un anno di riprese, l’opera congiunta di ben quattro direttori della fotografia e un grande lavoro di regia a dirigere la spontanea ruvidezza degli attori non professionisti.
Se, verso la fine, la vicenda rischia di perdere il perfetto equilibrio poetico dell’esordio, con digressioni non sempre ben integrate con il corpus della narrazione, la storia regge comunque magnificamente la sfida delle 2 ore e 40’ di film, regalandoci una prova d’autore che consacra Mereu fra le voci più originali del panorama cinematografico contemporaneo.





