Lo scafandro e la farfalla

Lo scafandro e la farfalla

Tratto da una storia vera, il film di Schnabel si inoltra dentro le prigioni del corpo per esplorare il potere salvifico dell’immaginazione e della memoria

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Una luce accecante in soggettiva. Corpi in camice bianco in rapida successione. Una danza frenetica di visioni sfocate e suoni ovattati. L’angoscia di un urlo interiore che non trova voce se non in un muto battito di palpebra. È il mondo secondo l’occhio sinistro di Jean-Dominique Bauby (Mathieu Almaric), il protagonista de Lo scafandro e la farfalla, il film del regista newyorkese Julian Schnabel, vincitore del Premio per la miglior regia all’ultimo festival di Cannes.

Rimasto completamente paralizzato in seguito a un ictus, Jean-Do si risveglia dal coma solo per scoprire con incredulo terrore di essere prigioniero del suo stesso corpo. La tragedia che lo ha colpito nel fiore degli anni – al culmine della sua carriera di direttore di Elle France e della sua vita da fascinoso seduttore – non gli ha dato neanche il conforto dell’incoscienza: il suo spirito è vigile, Jean-Do vede e capisce tutto ciò che lo circonda, ma non può interagire con l’esterno. Unica finestra sul mondo quell’occhio sinistro che diventerà presto il suo alfabeto Morse per comunicare con la vita al di fuori di lui: un battito di ciglia per dire sì, due per il no.
Quella che in termini scientifici è definita come “locked-in syndrome” per Jean-Do sarà la lotta metaforica tra lo scafandro e la farfalla, tra gli abissi insondabili del corpo e il potere salvifico dell’immaginazione e della memoria. Grazie alle cure di una logopedista e all’amore delle persone a lui più care, Jean-Do imparerà un alfabeto particolare che gli consentirà di vincere la prigionia della sua condizione e raccontare in un libro la sua storia.

Una storia vera – il libro è stato pubblicato in Francia nel 1997 – che raccontata da Schnabel acquista la leggerezza di una favola senza perdere la forza del dramma. Inevitabile il confronto con film come Mare dentro di Alejandro Amenábar o, prima ancora, Johnny Got His Gun di Dalton Trumbo. Da quest’ultimo, in particolare, Schnabel sembra riprendere la tecnica della narrazione fuori campo e alcuni espedienti narrativi.
Dove invece Schnabel si rivela originale è nello sfruttamento delle possibilità stilistiche del linguaggio cinematografico – l’abbondante uso di inquadrature sghembe, sguardi in macchina, campi fuori fuoco – che gli consentono di raccontare una storia dal forte impatto emotivo senza mai scivolare nel melodramma, né indulgere a facili ricatti emotivi.
Tramite l’alternanza tra la soggettiva iniziale – che trasferisce allo spettatore l’angoscia claustrofobica del protagonista – e il montaggio veloce e colorato delle scene di fantasia e dei flash-back della memoria, il regista tinge il dramma di venature immaginifiche e ironiche (in alcune scene del film, incredibilmente, si ride). Lusso che può concedersi solo chi ha una perfetta padronanza della materia narrata, oltre che delle tecniche del mestiere.
Il rischio è quello di raccontare il dolore in pieno stile video-clip. Ma a chi rimprovera al regista di Basquiat un eccesso quasi “pop” di virtuosismo estetico, serva da monito la potente metafora che è al centro del film: niente di meglio della leggerezza di una farfalla per sfidare la pesantezza di uno scafandro.

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