Wrestlers all’italiana

The-Wrestler

A Venezia 65 la logica della lottizzazione e la gerontocrazia dei soliti noti occupano la scena e lasciano poco spazio ai veri talenti italiani

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

Sul treno Venezia-Roma delle 18.35 c’è ancora chi esibisce al collo il suo badge, orfano di un’identità a tempo determinato – passo ergo sum – che ormai vale quanto una password scaduta. Cessati i bollori della rabbia (pasoliniana) contro l’imperante gerontocrazia dei soliti noti, le polemiche sulle affluenze in calo, le invettive sul declino qualitativo dei film in concorso e sulle sorti di un festival in precario equilibrio tra autorialità e mercato, si torna a casa dall’abbuffata cinematografica con un po’ di amarezza. Un’amarezza tutta italiana, s’intende.
Nonostante la massiccia presenza di film made in Italy – 11 nelle sezioni principali, di cui ben 4 in concorso – poche sono state, infatti, le opere nostrane davvero meritevoli di un palcoscenico che, nonostante gli apocalittici pronostici, resta comunque fra i più prestigiosi al mondo.
Di film belli e coraggiosi, tra le varie sezioni del festival, ne abbiamo visti tanti, ma quasi tutti di provenienza internazionale: dal delirio grottesco e surreale di A Erva do Rato del brasiliano Julio Bressane all’iperrealismo mediatico di Jay del filippino Francis Xavier Pasion, dal delicato viaggio interculturale e intergenerazionale di Goodbye Solo dell’irano-americano Ramin Bahrani alla video-testimonianza  antieroica di un ex soldato israeliano raccolta da Avi Mograbi in Z32, che fa da contrappunto all’eroismo stelle e strisce del film della Bigelow (Hurt Locker) in concorso. E, ancora, il dramma psicologico post-spionaggio di Rysa (Scratch) del polacco Michal Rosa, l’infanzia interrotta di Stella della regista francese Sylvie Verheyde, gli spazi muti e sconfinati di Muukalainen (The Visitor) del finlandese Jukka-Pekka Valkeapää, il thriller storico-politico di Pokrajina St.2 (Landscape No.2) del serbo Vinko Möderndorfer e il viaggio polveroso tra i labirinti di Kabuli Kid del regista afgano Barmak Akram.
Gli italiani che contano
Strano – ma anche no, direbbe qualcuno – che le opere più deludenti siano fra i film in concorso, fatta eccezione per Akires to kame (Achille e la tartaruga) di Kitano e per il vincitore The Wrestler di Aronofsky, premiato grazie alla formidabile interpretazione di Mickey Rourke, che pare non abbia potuto fregiarsi anche della Coppa Volpi soltanto per un cavillo del regolamento. Se ne farà una ragione il nostro Silvio Orlando.
Quel che è certo è che il premio al protagonista de Il papà di Giovanna non serve a riscattare la débâcle degli italiani in concorso a Venezia e appare anzi come un tiepido contentino volto a sedare le polemiche sulla cinematografia nostrana sollevate, fra gli altri, dal Der Spiegel.
Se BirdWatchers (La terra degli uomini rossi) di Bechis, nel tentativo di raccontare la resistenza degli indios brasiliani contro i fazenderos, costruisce una storia di grandi ambizioni ma povera di pathos, Ozpetek, con Un giorno perfetto, si nasconde dietro il ricatto morale del fatto di cronaca e dell’infanzia violata per mettere in scena un dramma mucciniano che attira i fischi e le risate involontarie del pubblico (imperdibile la battuta della Grimaudo sulla sua infanzia a Marzamemi!) e che sembra non mettere a proprio agio neanche i suoi protagonisti. Formalmente impeccabile l’opera di Avati, che però ripropone in salsa seppiacea il canone di sempre, rischiando peraltro di scivolare su tentazioni revisioniste. E fallisce clamorosamente anche l’esperimento pop di Pappi Corsicato con Il seme della discordia, che, tra uno spot Deborah e uno Alfa Romeo, propone una commedia pieraccioniana priva di verve.
Basta aggiungere che Bechis e Ozpetek hanno dalla loro una distribuzione 01 e Avati e Corsicato sono spinti Medusa e les jeux sont fait. Un duopolio perfetto, non c’è che dire.
Piccoli, piccolissimi, praticamente invisibili
Bisogna uscire fuori dalle logiche della lottizzazione e delle pressioni di mercato, lontano dalla retorica codarda dei vassalli da conferenza stampa (signora Ferrari, com’è stato recitare per un maestro come Ferzan?), via dai tappeti rossi delle stanze politiche e delle passerelle, per ritrovare, nascosto fra le pieghe delle sezioni minori, il gusto di un cinema sano, di un cinema bello.
Ed ecco quindi, per citare solo i titoli più significativi, il felicissimo esordio del “giovane” cinquantenne Gianni Di Gregorio che, con il suo delizioso Pranzo di ferragosto, racconta con brio, calore e leggerezza la solitudine metropolitana di un Paese sempre più vecchio ma ancora capace di ridere di sé.
Al suo primo lungometraggio è anche Gianfranco Rosi, un italiano “poco italiano”, date le origini eritree e la lunga esperienza professionale all’estero, che ci regala il bellissimo documentario Below Sea Level, vincitore del premio Orizzonti Doc: un viaggio nel cuore della comunità homeless californiana, frutto di oltre 120 ore di girato, capace di celare la presenza della macchina da presa nell’umana verità dei suoi protagonisti.
Se a Machan di Uberto Pasolini e a Parada di Marco Pontecorvo perdoniamo qualche ingenuità di troppo in virtù del forte e sincero spessore politico e sociale delle loro opere, non bastano, invece, la tematica gay (con riscatto etero?) e la retorica indie del low budget per fare di Un altro pianeta di Stefano Tummolini un buon film.
Magnifica è invece la prova d’autore di Paolo Benvenuti e Paola Baroni con il Fuori Concorso Puccini e la fanciulla, coraggiosissimo film “muto” sulla vita privata del compositore italiano, che ha l’eleganza e la forza iconografica di un dipinto macchiaiolo.
Insomma, il cinema italiano di qualità c’è, anche se fatica a stare a galla, schiacciato dai colossi delle grandi distribuzioni. Il Leone d’Oro, forse, bisognerebbe darlo ai tanti autori senza santi in paradiso che sono rimasti fuori, a chi continua a lavorare e a lottare nell’ombra nella speranza che il sistema cambi e apra un varco ai giovani talenti. Ai tanti invisibili wrestlers del cinema italiano.

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