Frammenti di cine-teatro

L’avvento del cinema ha cambiato per sempre le modalità espressive del teatro. Un’ibridazione di forme e linguaggi che, per Alfonso Amendola, si traduce in un’esplosione di frammenti d’immagine
di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com
A volte basta un frammento, una piccola scheggia di vita per cogliere la pienezza di una totalità che ci sarebbe altrimenti preclusa. Perché «il frammento – dice Thomas Bernhard – racchiude in sé la perfezione di tutto ciò che è compiuto».
È proprio da un frammento che parte l’indagine su cinema e teatro di Alfonso Amendola, studioso di sociologia della comunicazione e ricercatore presso il dipartimento di Scienze della comunicazione dell’Università di Salerno.
Nel suo libro Frammenti d’immagine. Scene, schermi, video per una sociologia della sperimentazione, Amendola vede appunto nel frammento la cifra stilistica delle forme artistiche contemporanee, e del teatro in particolare, frutto di una contaminazione sempre maggiore fra linguaggi diversi.
Se molto è stato scritto sui linguaggi della post-modernità, sull’impossibilità di stabilire una distanza tra arte e tecnica nell’epoca benjaminiana della riproducibilità, l’analisi di Amendola si concentra su un’area poco esplorata, quella dell’influenza del cinema sulla scena teatrale. L’avvento del cinema, infatti, ha cambiato radicalmente lo spazio scenico, ibridando e reinventando le sue forme espressive. Tanto che, per Amendola, dal cinema in poi, è possibile parlare di “teatrocinematografico”.
Se fra tutte le contaminazioni artistiche della post-modernità Amendola sceglie proprio di concentrarsi sull’influenza del cinema sul teatro, è perché nel cinema coglie un motore fondamentale della modernità, quasi che il cinema fosse la “coscienza” stessa del Novecento, la fabbrica del suo immaginario.
Sono state le avanguardie ad avvertire per prime la necessità dell’arte di confrontarsi con i linguaggi fino ad allora considerati “triviali”, perché legati alla serialità e al largo consumo. L’arte straripa quindi al di là degli staccati di genere e si apre a relazioni osmotiche fra i media. E il teatro diventa il luogo principe di tale confluenza di linguaggi diversi, intrecciando il proprio sviluppo a quello del cinema, della musica, dell’elettronica e del digitale. Passando per Orson Welles, Fassbinder e Samuel Becket, Amendola arriva alla scena teatrale di casa nostra, con Carmelo Bene e le sperimentazioni del video-teatro che, da Mario Martone in poi, hanno reinventato ancora una volta il linguaggio scenico.
Dalle avanguardie storiche al video-teatro contemporaneo, lo studio di Amendola segue una progressione che è cronologica solo in apparenza, aprendosi di volta in volta a una molteplicità di spunti di riflessione. Segno di una curiosità intellettuale e di una flessibilità degli strumenti di ricerca che sono forse il suo pregio maggiore.
In un dialogo incessante con tutte quelle figure artistiche che sono state capaci di cogliere il cortocircuito creativo fra scena teatrale e linguaggi audiovisivi e digitali, Amendola esplora l’essenza di un cine-teatro fatto di frammenti d’immagine. Frammenti che, lungi dall’essere un segno di disgregazione, sono invece il simbolo di una capacità di dialogo e di integrazione fra le diverse anime del mondo artistico contemporaneo.

