Io e Marilyn

Io & Marilyn

Con buona pace della Monroe, l’ultimo film di Pieraccioni ci regala una serie di battute banali e prevedibili, una trama povera di contenuti e una buona dose di umorismo a buon mercato

di Federico Capitoni
federico.capitoni@gmail.com

Ecco un ottimo esempio di film muto. Non che si tratti di una pellicola senza sonoro, bensì di un film che non dice alcunché. Si dirà che non è necessariamente il caso di cercare “se”, “ma”, “forse” o chissà quali messaggi esoterici in una commedia italiana, e che l’importante è sorridere (perché di ridere qui non se ne parla); però a 45 anni, Pieraccioni uno sforzo potrebbe anche farlo, giacché anche dichiara fieramente che non è più il caso di fare un film all’anno ma uno ogni due: a che servirebbe allora un più lungo periodo di riposo?
La storia è, per fortuna (altrimenti ogni complicazione verrebbe usata come alibi per difendere una lettura a più strati del lavoro), molto lineare. Gualtiero Marchesi non fa il cuoco, ma è un manutentore di piscine. Non è felice perché reduce da una separazione da una moglie che ancora ama e che ha preferito a lui un rozzo ma “magnetico” circense. Quando si è a terra si comincia a credere a tutto, anche a una seduta spiritica. Gualtiero rievoca Marilyn Monroe ma questa si presenta solo a lui, l’unico in grado di sentirla e vederla. Nessuno gli crede, anche lui stesso pensa di dover andare in cura da uno psichiatra. Quando però, grazie a un amico, si convince che la diva americana (interpretata da Suzie Kennedy, sosia invero un po’ volgare col seno rifatto che sta su da solo) non sia un’allucinazione, decide di seguire i suoi consigli nel vano tentativo di riconquistare la moglie, riuscendo però a recuperare un rapporto di fiducia con la figlia. E così Marilyn sparisce. Ovviamente non è importante sapere se il fantasma di Marilyn sia realtà o pura finzione, anzi è del tutto probabile che la vicenda sia – con una formula piuttosto trita – un puro sogno, visto che l’attrice entra in scena esattamente quando il protagonista tenta di addormentarsi sul divano proprio al termine di una giornata passata nella piscina di un console che ha una fidanzata bella, bionda platinata e… straniera. Solo che la filosofia di Pieraccioni è davvero povera: le persone muoiono ma il loro ricordo vive nella nostra testa. È un po’ pochino, come sono pochino certe battute elementari e prevedibili: «Spalatore, come ti va la vita?» – «Di merda». Allo stesso modo è incomprensibile questa voglia di nazionalità che si specchia nella molteplicità dei dialetti (toscano, napoletano, siciliano, pugliese, romano) e in una panoramica dell’Italia in miniatura, come a dire: non si sostenga che io abbia fatto un film toscano per i toscani.
Sicché l’unico pregio di Pieraccioni ormai sembra quello di farci vedere nei suoi film Firenze, magnifica e così poco presente al cinema.

Comments are closed.