Dieci inverni

Dieci_inverni

Un amore che si rincorre tra Venezia e Mosca, due splendidi protagonisti e una regia matura. Valerio Mieli colpisce al cuore nel suo esordio sul grande schermo

di Giacomo Visco Comandini
gviscocomandini@yahoo.it

Una notte d’inverno, due viaggiatori. Un ragazzo, una ragazza. I loro sguardi si incrociano su un vaporetto. Entrambi diciottenni, sono appena arrivati a Venezia. I due si piacciono, si studiano, giocano a nascondersi tra sguardi rubati. Lei è timida, lui più sfacciato e quando il vaporetto attracca, decide di seguirla per le calli gelide e nebbiose di un’isola della laguna. È inutile dilungarsi oltre sulla sinossi dello splendido film di Valerio Mieli, il più bel esordio registico italiano degli ultimi dieci anni, dopo quello di Kim Rossi Stuart con Anche libero va bene. Dice già tutto il poster che ritrae in primissimo piano i due protagonisti: da una parte il volto distratto, ma allo stesso tempo enigmatico di Isabella Ragonese; dall’altra quello scapestrato e arruffato di Michele Riondino. E tra i due una coltre di neve.
Dieci inverni è la storia di due ragazzi che non riuscendo ad amarsi subito devono imparare a farlo attraverso sospiri e silenzi. Saranno di volta in volta amici, nemici, conoscenti, innamorati, vicini o distanti. Attraverseranno l’intera Europa pronti per dirsi tutto, eppure alla fine non uscirà alcun sibilo dalle loro labbra.
Il pregio maggiore del regista è quello di raccontare l’amore non attraverso urla o sceneggiate, ma con un uso efficace di ellissi temporali, del non detto, incastonato nell’atmosfera gelida e poetica di Venezia o Mosca. Mieli dirige un film dai sapori francesi, con un uso sapiente e intelligente della camera e della colonna sonora. Tutto questo non sarebbe possibile però senza l’alchimia che si accende sullo schermo tra i due giovani attori. Isabella Ragonese fornisce la sua prova più intensa in odor di David di Donatello. Dimenticate il suo ruolo della sicula, spensierata lavoratrice in un call center di Tutta la vita davanti, qui si esibisce in una prova camaleontica rappresentando credibilmente le ansie, le insicurezze di una ragazza che diventa (in)consapevolmente donna. Michele Riondino, ormai l’anti Elio Germano con il quale ha recitato ne Il passato è una terra straniera di Daniele Vicari, è all’altezza della sua comprimaria rappresentando ormai una solida realtà tra gli attori della sua generazione.
Un film prezioso, sincero e urgente, che racconta quel misterioso e affascinante viaggio chiamato amore. L’amore che si rincorre, si tocca per un istante, poi si perde per ritrovarsi ancora. E improvvisamente siamo già adulti.

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