A Serious Man

A Serious Man

Un uomo pungolato dalla vita alla ricerca di un senso che non c’è: l’ultima pellicola dei Coen gioca con lo humour yiddish e si fa beffa dello spettatore

di Vincenzo Ianni
vincenzoianni@yahoo.it

1967 – In una non bene indentificata cittadina del Mid-West, zona natale di Joel e Ethan Coen, la placida esistenza di Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg), all’interno della comunità ebraica locale cui appartiene, si avvita improvvisamente in caduta libera. Larry è un probo, grigio, bacchettone docente universitario abbandonato dalla moglie che gli preferisce il suo collega Sy Ableman (Fred Melamed) e beffato dai figli, Danny che ama ascoltare il rock psichedelico e fumare marijuana e Sarah che gli ruba i soldi dal portafoglio per rifarsi il naso. Si aggiungono alle disgrazie un fratello idiota e parassita, uno studente che lo accusa di corruzione, e tre strani quanto inutili rabbini cui chiedere consiglio e sostegno spirituale per essere davvero “A Serious Man”. Il film si apre con un nero e grottesco prologo in yiddish che anticipa il tono dello humour che vena tutta la pellicola.
La Coen-maniera assurta a sistema rende pressappoco insopportabili i 105 minuti di torture che gli autori infliggono al loro povero protagonista (e al pubblico) con un accanimento che ancora non avevamo rilevato in alcun loro film: immaginateli alle anteprime dar di gomito l’un l’altro quando i più affezionati fan cominciano a cambiare posizione sulla poltroncina sbuffando nervosamente.
Un protagonista torturato, dunque: ma perché? Non è possibile rispondere: tutto è privo di senso, ogni microstoria resta aperta e tutte le storie narrate (incluso il prologo, che sembra, solo sembra, assolutamente non attinente con il resto del film) non interessano tanto per la loro specificità, quanto per la capacità di rappresentare metonimicamente l’intero sistema. Sistema che resta peraltro non-conosciuto e non-conoscibile nei sui meccanismi più profondi, quantomeno attraverso gli strumenti di indagine a disposizione: Larry insegna fisica, ma asserisce insistentemente che ciò che racconta in aula agli allievi è solo una favola, un raccontino che non ha senso: solo la matematica può aprire la mente e permettere di comprendere ciò che accade. E questo è ciò che cerca compulsivamente di fare Larry: vuole capire perché qualcosa o qualcuno si accanisce così contro di lui; e fallisce sistematicamente, perso in una Qabbaláh che si avvita su se stessa insieme al racconto che tende ad implodere per restare poi sospeso e incomprensibile nelle sue ragioni profonde. I fratelli Coen, compulsivamente, continuano a postulare l’inganno inesorabile della macchina cinematografica (e dello sguardo) che, come (possibilmente unico) mezzo di indagine sulla realtà, non può non dar luogo alla fine del senso, al vuoto totale di senso.
Mai come in questo A Serious Man, e mai in maniera così esplicita, quella sorta di anarchia epistemologica che fonda la Weltanschauung coeniana, arriva alle estreme conseguenze.
Emblematico l’episodio dello studente asiatico che “dimentica” una busta piena di soldi sulla scrivania di Larry nella speranza di avere una sufficienza all’esame andato male. Quando Larry rifiuta l’offerta indignato, il padre del ragazzo lo va a trovare dicendogli che è in corso con suo figlio uno scontro culturale. Ne nasce un imperdibile e surreale dialogo in cui Larry sostiene che gli sono stati dati dei soldi e il padre lo minaccia di denunciarlo per diffamazione. Larry deduce che se si tratta di diffamazione allora i soldi non glieli ha dati il ragazzo e quindi non c’è ragione di cambiare il voto dell’esame. Il compassato signore asiatico conclude: «La prego, accetti il mistero».

One Response to “ A Serious Man ”

  1. [...] contendersi il titolo di miglior film straniero sono: A Serious Man di Joel & Ethan Coen, Avatar di James Cameron, Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, [...]