Triage

Triage

Nel film di Tanovic sul fotoreporter traumatizzato della guerra, una riflessione sul potere della fotografia come strumento di rappresentazione e scudo dalla realtà

di Gaetano Maiorino
gaetmaior@yahoo.it

Un’antica credenza parla della fotografia come ladra di anime. Uno scatto, un istante immortalato per sempre nella storia e nella memoria, si pensava riuscisse anche a risucchiare ciò che per molti è la linfa vitale dell’uomo. Leggende. Superstizione. Eppure se non è la foto in sé come processo chimico a svuotare dell’anima un essere umano, probabilmente ciò che viene fotografato può di sicuro causare turbamento, creare un trauma, colpire nel profondo chi fotografa.
Sembra suggerire questo la storia di Mark Walsh (Colin Farrel), fotoreporter di guerra protagonista di Triage, ultimo film di Danis Tanovic.
Concentrandosi soprattutto sui giorni successivi al suo ritorno a casa, dalla compagna Elena (Paz Vega), il regista bosniaco, con questo film tratto dal romanzo omonimo di Scott Anderson, cerca di aprire una riflessione sulla psiche umana di fronte al dolore, alla sofferenza e al senso di colpa.
Insieme al suo amico e collega David, Mark ha viaggiato attraverso i più drammatici conflitti degli ultimi vent’anni, sparsi in ogni angolo del mondo, e ha riportato con la sua “arma personale”, incredibili testimonianze di eventi, massacri, disperazione, eroismo, sentimenti catturati sul campo, in prima linea.
La tappa su cui si concentra il racconto di Tanovic, vede Mark e David in Kurdistan durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, conflitto mai ben narrato sia dai media a quel tempo (fine anni 80), sia dal cinema successivamente.
In un’epoca in cui la guerra sembra uno stato costante e paradossalmente inevitabile, Tanovic prova in un primo momento a mostrare l’obiettivo della macchina fotografica come un filtro, uno scudo per ripararsi, per distaccarsi dall’orrore. Ma ciò non vale soltanto per il fotoreporter, anzi, è così maggiormente per chi guarda le foto pubblicate su riviste, quotidiani, internet: le immagini senza personalità, senza individualità, sono esattamente uno schermo protettivo che permette a chi è lontano dal campo di battaglia, di mantenere questo distacco, di restare lontano.
Eppure non sembra essere sufficiente. La narrazione degli scontri a cui assiste Mark si alterna con gli eventi susseguenti al suo ritorno a casa, avvenuto dopo una grave ferita subita in prima linea. Rientrato senza il suo amico, scomparso senza una spiegazione apparente, il fotoreporter non sembra più lo stesso, il dramma a cui ha assistito scalfisce la sua maschera di durezza e cinismo e la sua mente vacilla.
Le sue stesse foto gli hanno rubato l’anima. Seduto nel suo salotto a guardare e riguardare quegli scatti, Mark rivive costantemente ciò che ha visto, in particolare l’esperienza nell’improvvisato pronto soccorso dei Kurdi (da cui il titolo del film) dove il dottor Talzani decide in pochi istanti, come un Dio misericordioso e allo stesso tempo senza pietà, la vita o la morte di un ferito. Lo scudo crolla.
È qui che però cade rovinosamente anche il film. La tensione, l’incomunicabilità latente tra i personaggi, il mistero sulla sorte di David e su ciò che è realmente accaduto a Mark in Kurdistan, si svelano con troppa semplicità, superficialità e verbosità, grazie all’ingresso sulla scena di un personaggio tratteggiato poco e male, il nonno di Elena, uno psichiatra nella spagna franchista che ha aiutato i gerarchi fascisti a guarire dai loro sensi di colpa, che inizia con Mark una terapia per rimuovere il suo trauma. Cristopher Lee prova a creare un’aura eterea attorno a quest’uomo, ma fallisce miseramente e il medico diventa un noioso demiurgo che fin dall’inizio dice di aver capito tutto, che malamente spiega la sua idea della colpa al povero Mark e che banalmente tenta di convincerlo che la vita sia meravigliosa.
Un naufragio per Triage. Un peccato per un film che aveva per tematica, stile e cast tutti gli ingredienti per diventare un’opera di qualità. Non bastano le citazioni colte su chi davvero sia sopravvissuto alla guerra (di Platone prima dei titoli di coda in questo caso) per parlare di filosofia.

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